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Ultimo obbrobrio
Modificare gli uomini con la genetica
1 settembre 2017

La capacità ingegneristica sull’essere umano non sembra conoscere limiti etici, ma solo ostacoli tecnici da superare: la sperimentazione su embrioni umani e la correzione del codice genetico si pongono così in continuità con una radicale trasformazione della generazione umana, assorbita in procedure riproduttive e selettive.
Mentre in Cina le tecniche che noi definiamo di Procreazione medicalmente assistita si stanno diffondendo con la promessa di una selezione genetica degli embrioni umani affetti da patologie e in Islanda accurati test prenatali permettono di individuare la presenza della sindrome di Down e di favorire la scelta abortiva, ricercatori cinesi e della Corea del Sud hanno intanto piazzato un nuovo segnalino sulla damiera della scienza.
Sulla rivista internazionale “Nature”, in agosto è, infatti, apparso il primo studio che potrebbe aprire le porte al cosiddetto editing genetico, cioè alla possibilità di modificare il genoma umano e di dar vita a uomini modificati geneticamente.
Di fatto, ricorrendo a donatori di gameti, si sono generati in laboratorio degli embrioni umani affetti da una patologia genetica e si è riusciti a intervenire nel loro genoma per togliere il gene che la causerebbe. Gli embrioni sono poi stati distrutti, poiché i ricercatori se ne sono serviti solo in funzione dell’esperimento.
A leggere i giornali che ne hanno parlato, tutti questi “argomenti estivi” andrebbero rubricati sotto la magica parola dell’occidente medicalizzato: sono interventi terapeutici, tesi a eliminare la malattia dalla faccia della terra. E la therapeia già per gli antichi greci non era l’arte di servire gli dei? Chiuso l’argomento.
Altri, invece, hanno preso la parola per ricordare ai più come in queste prassi riaffiori il vecchio progetto eugenetico della medicina di fine Ottocento, teso a selezionare e migliorare la specie umana. Un progetto di ispirazione darwiniana questo che, come sappiamo, è stato poi brutalmente ripreso, in modo sistematico e in funzione della cosiddetta razza ariana, nel totalitarismo nazista.
Oggi, però, si è pare assai duri d’orecchi; non si vuole, infatti, più sentir parlare di eugenetica, perché siamo in un contesto liberale – dove ogni individuo è libero di decidere per sé – e perché tali tecniche correttive e selettive non avrebbero di mira la razza, ma esclusivamente la salute e il benessere dei propri figli.
Non bastano, tuttavia, queste annotazioni per giustificare la nostra indifferenza e impedirci di riflettere criticamente su quello che stiamo facendo. E uso il termine stiamo perché in una democrazia c’è una corresponsabilità che passa attraverso il fatto che le pratiche di cui parliamo non sono vicende private: sia perché sono attuate dalla medicina e dalla scienza, dunque pur sempre prodotti della nostra società e della nostra cultura, sia perché sono di solito avallate da leggi approvate dai nostri parlamentari.
Pertanto la prima domanda che dobbiamo porci riguarda il modo con cui stiamo pensando ai nostri figli e alle future generazioni. Incartati nel linguaggio della biologia e della medicina, di fatto non li riconosciamo neanche più quando parliamo di embrioni e feti da analizzare, selezionare, scartare, sottoporre a controlli di qualità.
Il paradosso è che nell’epoca della massima teorizzazione della tolleranza, stiamo introducendo una pesante discriminazione tra gli uomini, che non riguarda il colore della pelle, le preferenze sessuali o le idee politiche, bensì lo stato di salute.
Ma quando di un “embrione” o di un “feto” malato si coglie solo la malattia, e non che esso è “figlio”, resta stravolto inevitabilmente sia il significato umano della generazione che della terapia: entrambi rimandano alla cura e al prendersi cura, ad una responsabilità per l’altro così come è, malgrado la sua malattia.
A questo delirio selettivo, creato da dispositivi anonimi come appunto le varie pratiche di fecondazione in vitro, dovremmo rispondere con la categoria dell’ospitalità. Ognuno di noi è venuto al mondo e nel mondo, perché è stato ospitato in un grembo materno, in una comunità di lingua e pensiero.
Fatichiamo, del resto, a ospitare immigrati e stranieri, proprio perché abbiamo dimenticato che gli ospiti, come i figli, hanno valore in quanto ci sono, e non perché rispondono alle nostre aspettative, o perché superano un test di qualità in un laboratorio.
Il punto è allora che abbiamo perso le parole per comprendere fino in fondo quello che stiamo facendo tra le mura dei nostri laboratori scientifici: il linguaggio asettico e specialistico della medicina non può, però, distoglierci dalle nostre responsabilità.
E la prima forma di responsabilità resta quella di aprire spazi pubblici di riflessione e di riscoprire parole significative, come quella di figlio, di ospite, di comunità.

Adriano Pessina

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