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IN attesa del Rei
Per combattere la povertà c’è molto da fare
6 agosto 2017

È in dirittura d’arrivo il decreto attuativo del Rei (Reddito d’inclusione) si tratta della prima misura di lotta contro la povertà che affronta in maniera strutturale la questione. Nell’Unione europea ormai eravamo rimasti gli ultimi a non essere attrezzati per contrastare il fenomeno. In Italia la percentuale di famiglie in condizione di povertà è rimasta sostanzialmente stabile nell’ultimo periodo. L’Istat lo misura intorno al 6%, nel 2016 al 6,3%, quello che aumenta, invece, è l’intensità della povertà: cioè, mediamente, quanto la spesa mensile di una famiglia è sotto la linea della povertà, il 20,7% in crescita rispetto al 18,7% dell’anno precedente. In particolare, l’istituto di statistica afferma che sono le famiglie con più figli e le famiglie con cittadini stranieri a essere più in sofferenza.
Durante un’audizione in Parlamento l’Istat ha posto l’accento sulle dimensioni del fenomeno e ha mostrato inoltre lo stato dell’arte di alcuni servizi che dovranno supportare il Rei, perché la misura ha due gambe: il contributo economico e gli interventi per reinserire le persone in una vita attiva attraverso dei progetti personalizzati avviati dai servizi sociali dei comuni. Mentre sull’attuazione della prima si sta proprio ora mettendo i tasselli iniziali, la seconda poggia su una struttura ancora non consolidata.
Questa gamba appare fragile. I dati raccolti mostrano le difficoltà: i budget degli enti locali per il 34% sono assorbiti dai costi delle strutture territoriali, il 27% dai contributi per l’attivazione di servizi e il rimanente 39% per interventi e servizi. È dentro questa porzione che dovrebbero essere ricavate le risorse per attivare i cittadini più poveri. Gli interventi per l’inserimento lavorativo, che è il tassello essenziale per uscire dalla condizione di povertà, sono estremamente limitati; nella relazione dell’Istat si legge che “gli utenti che hanno beneficiato degli interventi nel 2013 risultano 31.775. Solo il 28% dei comuni risulta offrire il servizio, con una variabilità territoriale particolarmente elevata – si passa dal 62% dei comuni del Veneto all’1% e il 2% di Valle d’Aosta e Calabria – e una posizione generalmente peggiore delle Regioni meridionali”.
Si pagano i ritardi di realizzazione della Legge quadro 328/2000, la legge sui servizi sociali, che avrebbe dovuto rendere più snelli ed efficaci gli interventi di welfare sociale, ma non riesce ancora, dopo 17 anni, a vedere una piena attuazione dalla mancata individuazione dei livelli essenziali di assistenza – quelli che dovrebbero garantire uguaglianza a tutti i cittadini a prescindere dalla loro residenza – fino ad arrivare alle carenze organizzative dei vari comuni.
Per combattere la povertà c’è ancora molto da fare.

Andrea Casavecchia

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