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Chiare, fresche e, purtroppo, perdute acque
2 luglio 2017

Donald Trump potrà dire e fare quel che vuole sulle politiche degli Usa nei confronti dei cambiamenti climatici. Ma che questi – per quanto sovrastimati – stiano già producendo i propri effetti, è innegabile: basta guardare alla situazione delle risorse idriche.
L’acqua è un bene fondamentale per il pianeta e l’umanità. Senza, si chiude baracca. E questa risorsa sta diventando sempre più scarsa in varie parti del globo. Che non ce ne sia nel deserto del Sahara o del Gobi, lo diamo per scontato. Che scarseggi in luoghi fortemente abitati: ecco, la cosa diventa un problema colossale.
Da tempo vediamo come si è ridotto ad un rigagnolo il Giordano in Palestina; come le sciagurate politiche sovietiche di deviazione dei fiumi abbiano fatto scomparire il lago Aral, tra i più grandi al Mondo e ora una distesa arida e inabitabile. Come le dighe cinesi stravolgano l’ambiente; come gli sbarramenti su Tigri ed Eufrate in Turchia assetino l’intera Mesopotamia.
Ma finché la carenza idrica appariva “esotica” (lontan dagli occhi, lontan dai nostri cuori), la materia apparteneva ai reportage “esotici”. Poi quell’acqua sempre abbondante nei nostri rubinetti, è diventata preziosa pure nel mondo occidentale. E sono iniziati i guai, seri.
L’Ovest degli Stati Uniti (il celebre West) si sta desertificando. In Arizona e New Mexico i diritti idrici dei coltivatori sono stati rapidamente venduti agli agglomerati urbani che, in pochi decenni, hanno accolto qualcosa come 40 milioni di nuovi abitanti. Soldi subito in cambio delle fattorie e degli allevamenti, ora abbandonati alla desertificazione. La California, il Golden State che è la riserva agricola degli Usa, lotta da anni con siccità spaventose mentre le metropoli della costa succhiano acqua diventata sempre più costosa.
Pure in Europa la situazione sta cambiando. La Spagna ha aggravato la cronica carenza idrica delle sue campagne; basta andare all’interno per scoprire paesaggi sempre più “messicani”.
In Italia la sete non riguarda più solo le classiche aree agricole del Mezzogiorno (Tavoliere, Piana di Catania, Campidano sardo) ma sta salendo pure al Nord, laddove l’acqua è sempre stata abbondante.
Se non nevica d’inverno, e se poi la primavera è insolitamente secca, i guai diventano pesanti pure in Pianura Padana, dove nelle Basse sono gli assetati mais e foraggi a farla da padroni. Gli invasi alpini sono ai minimi e devono spesso servire pure per le esigenze idroelettriche; certi grandi fiumi del Nordest (Adige, Piave, Tagliamento) si possono attraversare a piedi in più punti; le campagne hanno sete e le colline ricche di viti guardano il cielo nella speranza che quelle nuvole scarichino un po’ d’acqua.
Mentre le città accrescono la loro richiesta idrica per il caldo, con scarsa consapevolezza che 240 litri al giorno consumati pro capite siano anzitutto uno spreco assurdo.
Ma le abitudini – per quanto assurde – sono dure a morire; le politiche sono più rivolte alla danza della pioggia che alla realizzazione di costosi invasi o reti idriche non colabrodo.
Il “sistema” insomma non pensa che il problema esiste: con lunghi periodi siccitosi inframmezzati da precipitazioni violentissime e concentrate nel tempo. Sempre più lunghi i periodi, sempre più tempestose le piogge.

Nicola Salvagnin

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