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Salute e sanità
Il prezzo dei farmaci e l’epatite B
20 marzo 2017

Per la quinta volta il Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) è tornato ad occuparsi del costo dei farmaci e lo fa con una mozione licenziata il 23 febbraio scorso, resa nota il 9 marzo, in cui chiede di ridurre i prezzi per garantire l’accesso a tutti.
Nel testo della mozione – che segue quelle già espresse nel 2010, 2011 e 2012 – il Cnb esprime la sua “forte preoccupazione” per le condizioni di salute di centinaia di migliaia di pazienti in Italia affetti da gravi patologie, come l’epatite C e alcune malattie oncologiche. Una preoccupazione, spiega il Cnb, dovuta al fatto che “nonostante siano oggi a disposizione nuovi farmaci in grado di curarle o di modificarne la storia naturale in modo efficace. Molti pazienti non hanno accesso gratuito a questi farmaci perché il Servizio sanitarionazionale (Ssn) non è in grado di erogarli in ragione del loro alto prezzo”. Questa situazione trova esempio eclatante nel doppio binario della terapia per l’epatite C, cui hanno accesso solo i pazienti più gravi, mentre coloro che si scoprono in fase iniziale devono paradossalmente attendere un peggioramento delle proprie condizioni per poter usufruire delle medesime condizioni di cura. La forte presa di posizione del Comitato sottolinea la discriminazione tra pazienti che si configura come una contraddizione”sia “rispetto ai principi etici della medicina, che dovrebbe essere sempre orientata alla prevenzione e alla cura di tutti i malati”, sia “allo stesso obiettivo di contenimento dei costi del Ssn, poiché rinviare le cure alle fasi avanzate della patologia conduce a esiti di cronicizzazione e a prevedibili costi aggiuntivi”. Inoltre, sottolinea ancora il documento, la difficile accessibilità confligge con il diritto universale alla salute, gli aspetti di sanità pubblica e la sostenibilità del sistema sanitario pubblico. Così, nel ritenere “indispensabile individuare un prezzo adeguato dei farmaci rispetto ai costi sostenuti per la ricerca”, il Cnb ritiene che il principio etico dell’accesso equo e universale alle cure “debba prevalere sui profitti, talvolta sproporzionati, delle singole case farmaceutiche”. Il governo e l’Aifa (Agenzia del farmaco) pare abbiano raccolto questo invito. Lo stesso giorno in cui veniva pubblicata la mozione del Cnb, il direttore dell’Aifa Mario Melazzini, annunciava il nuovo piano di eradicazione dell’epatite C e la conseguente la parità di trattamento per tutti i pazienti. “Oggi siamo chiamati a prendere in carico tutti coloro che hanno bisogno”, ha spiegato Melazzini, evidenziando che i nuovi 11 criteri di trattamento pubblicati sul sito Aifa “sono stati costruiti insieme alle società scientifiche e confrontati con le associazioni dei pazienti”. I criteri saranno implementati nei registri di monitoraggio dell’Aifa, che tracceranno la gestione della terapia dei singoli pazienti da parte dei Centri prescrittori individuati dalle Regioni. Nei nuovi criteri rientrano gli asintomatici e gli operatori sanitari infetti, anche coloro che hanno altre infezioni come l’Hiv, malattie croniche del fegato, diabete e obesità. Una presa in carico voluta anche dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che con il governo, ha messo in bilancio 500 milioni di euro l’anno per 3 anni che consentiranno di curare 80mila pazienti l’anno. In precedenza, l’Aifa aveva scelto di curare prima i pazienti più gravi: più di 69mila persone dall’inizio delle somministrazioni (dicembre 2014) a oggi. Per Melazzini questo accordo rappresenta anche una risposta ai frequenti viaggi all’estero dei malati alla ricerca di farmaci meno cari. La ricerca farmaceutica ha consentito in questi anni di produrre terapie antivirali tali per cui il virus dell’epatite C può essere eliminato per sempre in poche settimane in oltre il 90 per cento dei casi. Poter eradicare definitivamente l’infezione è quantomai essenziale, poiché, nel suo svilupparsi nel tempo, l’epatite C compromette la funzionalità epatica fino a sfociare in cirrosi e tumori al fegato.

Emanuela Vinai

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