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Economia
Cambiano la pelle le case automobilistiche
14 marzo 2017

La notizia: i “francesi” della Peugeot hanno acquistato i “tedeschi” della Opel. Beh, per chiarezza la casa automobilista acquirente è mezza cinese, e quella acquistata era di proprietà dell’americana Gm. Così come la giapponese Nissan e la rumena Dacia sono in realtà francesi; l’americanissima Jeep Chrysler è italiana; la svedesissima Volvo è cinese; la spagnola Seat e la ceka Skoda sono tedesche; la Lamborghini pure… fino all’estremo di lesa maestà (britannica): quanto vi è di più inglese delle indiane Jaguar e Land Rover? E non vi viene in mente la swinging London pensando alle (tedesche) Mini e Rolls Royce? Quindi le notizie sono altre: gli antichi marchi “nazionali” sono ormai un ricordo nel mondo globalizzato (Parmalat è francese, Pirelli è russa, l’Inter è cinese…).
Le Case automobilistiche stanno cambiando pelle e proprietà a velocità spaziale perché il futuro è di chi ha le spalle grandi e le enormi disponibilità che servono per mettere su strada le auto del futuro, quelle con guida autonoma e alimentazione elettrica o a idrogeno.
Infine, che si parla tanto di smartphone e di economia 4.0, ma i numeri, il lavoro e i fatturati passano ancora dalla old economy, da quell’automobile che fa lavorare mezzo mondo: pneumatici, acciaio e alluminio, plastica e vernici, elettronica e sistemi frenanti, tessuti e servizi post-vendita, assicurazioni e meccanici, benzinai e carrozzerie.
Chi ha pezzi di questo mondo, ha anche lavoro e benessere.
Ne sa qualcosa la Basilicata, il cui Pil è miracolato non solo dal petrolio della Val d’Agri, ma soprattutto dagli stabilimenti Fca di Melfi. Lo sa alla perfezione Pomigliano d’Arco, periferia di Napoli, un tempo la fabbrica-barzelletta del settore automobilistico mondiale (uscivano Alfa Romeo penose e l’assenteismo era da record mondiale), ora gioiello che Marchionne vuole rivoluzionare: via le Panda, “auto troppo semplici da fare, le manderemo all’estero. Pomigliano farà automobili di livello superiore”.
Proprio le notizie sovra riportate inducono a pensare che le novità interesseranno anche il suolo italiano. Gli azionisti principali di Fca sognano da tempo di creare un polo del lusso, quello sì da ancorare in Italia (Ferrari, Maserati, Alfa Romeo), e invece di trovare una nuova casa per la Fiat, ormai concentrata soprattutto sulle “piccole” 500 e Panda. Non è un mistero che Marchionne da tempo solleciti la General Motors ad acquistare Fiat-Chrysler, comunque risanate e nuovamente in rampa di lancio.
Un destino che ovviamente avrà conseguenze per le fabbriche italiane, anche se oggidì sono tra le migliori al mondo. E prima di chiudere uno stabilimento che funziona bene, qualsiasi produttore – sia esso “storico” o rampante come i cinesi o gli indiani – ci pensa tre volte. Anche perché i governi sono sempre meno propensi a lasciarsi scippare questi pezzi pregiati di economia: quando Renault prima e Peugeot poi sono andate in crisi, lo Stato francese è intervenuto con capitali pubblici; quello tedesco ha avuto ampie rassicurazioni su Opel e le sue maestranze; i britannici hanno perso i marchi ma non le fabbriche; e l’americano Trump minaccia fuoco e fiamme contro chi pensi di delocalizzare il made in Usa all’estero.

Nicola Salvagnin

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