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Occupati, disoccupati e inattivi
12 marzo 2017

All’inizio di quest’anno l’Istituto nazionale di statistica ha deciso di inserire nei comunicati mensili sull’andamento dell’occupazione anche l’effetto della componente demografica. Una novità che sembra un tecnicismo per specialisti – infatti ha trovato scarsissima eco sui media – e che invece dice molto sulla specificità del caso italiano, in cui crisi economica, emergenza lavoro e calo delle nascite appaiono strettamente intrecciati.

Prendiamo ad esempio il comunicato diffuso dall’Istat pochi giorni fa con i dati provvisori relativi al mese di gennaio. Il tasso di disoccupazione è all’11,9%, stabile rispetto al mese precedente, ma in aumento rispetto a un anno fa, quando era all’11,6. L’Eurostat (l’omologo europeo dell’Istat) ci colloca per questo fra i soli tre Paesi dell’area che hanno registrato un incremento della disoccupazione: siamo in compagnia del piccolo Cipro e della Danimarca, che però ha un tasso dimezzato rispetto al nostro.

L’Istat registra anche un lieve aumento degli occupati rispetto alla fine del 2016. Troppo poco per capire se l’occupazione abbia ripreso a camminare con un ritmo rilevante dopo il preoccupante rallentamento della seconda parte dello scorso anno. Rallentamento dovuto ad almeno due fattori.

Sicuramente ha inciso la fine dei supersgravi contributivi per le aziende che assumono con contratti stabili, misura che ha portato nel 2015 a un effettivo balzo in avanti. Che poi sia anche merito o no del Jobs Act, questo è tuttora oggetto di un dibattito che contrappone esperti parimenti autorevoli. L’altro fattore decisivo, anzi, il principale, è la debolezza della ripresa italiana.

Cresciamo al rallentatore e in aggiunta quel poco di lavoro in più che si sviluppa viene almeno in parte assorbito – spiega il centro studi della Confindustria – dal riallungamento degli orari di lavoro, in precedenza ridotti dalle aziende per contenere i costi, invece che diventare nuova occupazione.

Il dato più eclatante dell’ultima rilevazione Istat è stato il calo del tasso di disoccupazione tra i giovani, sceso dal 39,2% del mese precedente al 37,9 di gennaio, comunque uno dei peggiori in Europa. Per approfondire questo dato è necessario avere ben chiaro che cosa le statistiche intendano per occupazione e disoccupazione.

Nel linguaggio corrente sono semplicemente due facce della stessa medaglia: se aumenta una, diminuisce l’altra, e viceversa.

Per le statistiche non è così, in quanto tra occupati e disoccupati esiste una terza categoria, quella degli inattivi, quelli che non hanno un lavoro e però, a differenza di coloro che vengono statisticamente definiti disoccupati, neanche lo cercano. Questo può essere sintomo di sfiducia (talché la variazione del numero degli inattivi, in più o in meno, è un indice importante) oppure conseguenza di fattori oggettivi (è il caso degli studenti, per esempio).

Fatta questa premessa, diciamo che il tasso di occupazione misura il rapporto tra gli occupati e il totale della popolazione, in generale o in una determinata fascia di età. E il concetto è piuttosto intuitivo. Il tasso di disoccupazione, invece, è un dato più complesso in quanto misura il rapporto tra i disoccupati e il totale non della popolazione, ma delle forze di lavoro, cioè dell’insieme di chi ha un lavoro e di chi lo cerca, escludendo dunque gli inattivi.

Il tasso di disoccupazione, quindi, può diminuire sia perché i disoccupati trovano un lavoro, sia perché rinunciano a cercarlo e rifluiscono nella categoria degli inattivi. Il calo della disoccupazione giovanile a gennaio sembra purtroppo rientrare nel secondo caso, dato che i numeri degli inattivi in più e dei disoccupati in meno sono quasi coincidenti.

Il dato realmente più significativo dell’ultima rilevazione Istat riguarda piuttosto l’andamento dei nuovi occupati ed emerge con chiarezza se si passano a considerare i numeri assoluti invece delle percentuali.

Da gennaio 2016 a gennaio 2017 gli occupati in più sono stati 236.000. Ma questa cifra è il risultato di una crescita nella fascia 15-24 anni (+27.000), di un calo nella fascia 25-34 (-26.000) e soprattutto di una netta caduta tra i 35 e i 49 anni (-132.000), con un incremento di ben 367.000 unità tra gli over 50. Un andamento in cui si cumulano i fattori demografici (l’invecchiamento della popolazione) e gli effetti dell’aumento dell’età pensionabile.

Secondo una ricerca compiuta dal “Corriere della sera” elaborando dati Istat, nell’ultimo quarto di secolo – con un’accelerazione a partire dal 2008 – l’età media degli occupati è cresciuta da 38 a quasi 44 anni. Gli occupati con meno di 35 anni erano quasi 9 milioni e ora sono poco più di 5, mentre il numero dei lavoratori attivi tra i 55 e i 64 anni è raddoppiato da due a quattro milioni: il Fondo monetario internazionale stima che nel 2020 un quinto di tutti gli occupati italiani sarà in quest’ultima fascia.

Stefano De Martis

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