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straniera
Drury, apologia di un mondo senza «magia»
21 settembre 2017

Nella Grouse County non succede nulla, è tutto scandito da «un ingranaggio nella macchina delle stagioni», perché l’agricoltura, vita e lavoro nelle pianure americane, asseconda i tempi della natura e del clima. L’elementare definizione del paesaggio spiega come La fine dei vandalismi (primo volume della trilogia dedicata alla Grouse County, il secondo in uscita a novembre) sia cadenzata da eventi fuori dalla portata umana, e come nell’esistenza dei suoi abitanti non ci sia «nessuna magia, ma solo duro lavoro tutti i giorni della settimana».
Scrutando con attenzione tra le pagine, si capisce l’importanza di un morso di un cane, dell’elezione di uno sceriffo, di una festa alla fine dell’anno scolastico, di una canzone alla radio. È la dimensione ultima della provincia, così come la conosciamo: piccoli particolari si rivelano prima importanti e poi fondamentali, ed è proprio qui che Tom Drury concede moltissimo al lettore. Dispone i personaggi in verticale sulla vasta orizzontalità del Midwest, l’area pianeggiante al centro degli Stati Uniti, e li illumina uno alla volta e tutti insieme, dando a ciascuno un nome e un nome proprio a ogni luogo. La Grouse County, che raduna Grafton, Reinbeck, Stone City, Morrisville, Wylie, Pringmar, Chesley, Lunenberg, Martin Woods, Pinville, Margo, Romyla e Boris, è una rete di piccole cittadine come effemeridi di un pianeta che non c’è, dato che «tutti questi nomi non avrebbero importanza, se non per illustrare la delicatezza della situazione».
È l’apologia del Midwest e la coscienza di una comunità che matura da un mondo fatto di dettagli (in apparenza) insignificanti, eppure che si fondono uno con l’altro, che si compattano come se fossero parte della terra rivoltata e coltivata a fatica. Lo spirito con cui La fine dei vandalismi racconta l’appartenenza al territorio è quello illustrato a suo tempo e con grande precisione da Richard Ford: «Il senso del luogo in cui si vive è in genere poco cosciente e una delle funzioni della letteratura è proprio quella di creare un rapporto con l’ambiente creando un paesaggio dettagliato e popolandolo di linguaggio in modo da dare al lettore il senso di un rapporto che prima non c’era e che viene alla luce soltanto quando lo immaginiamo, quando lo incarniamo nel linguaggio che inventiamo».
Su una differente longitudine, ma con identica attitudine, La fine dei vandalismi assorbe il lettore perché Tom Drury lo mette a suo agio dentro un tessuto di strade di ghiaia, campi sferzati dal vento, tavole calde e case gelide. I personaggi sono congruenti con il paesaggio, ma tendono a respingersi come magneti, una volta accostati, perché si «conoscono tutti, ma nessuno sembra conoscere loro».
Nell’intimo, e in questo Tom Drury è superlativo, sono tutti uguali e ogni sforzo per rendersi differenti non fa che avvicinarli e allontanarli nello stesso tempo. Le differenze sono caratteriali più che sostanziali: uno sguardo, un tono di voce (soprattutto), un’abitudine (parecchie abitudini) formano la costellazione di punti di riferimento su cui si staglia la voce di Drury, limpida, anche elementare (volendo), ma efficace, diretta, colloquiale, come una storia avvincente raccontata da un estraneo al bancone del bar o nel parcheggio di un motel. Più che leggerlo, bisogna sentirlo.

Tom Drury
La fine dei vandalismi
NN editore, Milano 2017, pp. 400, 19 euro

Marco Denti

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