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straniera
Yanagihara, specchio svelato del nostro “io”
9 marzo 2017

1.104 pagine prima di terminare Una vita come tante di Hanya Yanagihara ti chiedi tante cose, verosimilmente sbagliate. Ancora non sospetti quel misto di stupore e brutalità così aderenti al presente, né che resterà tra le più intime, dolorose e personali esperienze di lettura. 1.104 pagine dopo vorresti, invece, tornare indietro nel tempo per dire a te stesso una cosa: reggiti forte, ricorda sempre chi sei, tieni stretta un’altra mano. Per dirti di restare aggrappato al tuo mondo e non lasciarti trascinare troppo nella proiezione di quelle pagine su chi ti sta attorno. Perché ora sai con certezza la domanda che andava posta prima di cominciare, ma non puoi certo scriverla tra le righe di una recensione. Forse nemmeno la stessa Yanagihara saprebbe spiegare in che modo Una vita come tante sia un romanzo che incide la vita.
Spalanca il mondo, rovescia come un calzino le nostre esperienze/emozioni/passioni e ce le riconsegna in mano così come sono veramente, fradice della più complessa esistenza. C’è dentro il Michael Cunningham arido di Carne e sangue, il David Leavitt mondano di Martin Bauman, il McInerney distruttivo di Le mille luci di New York, il Peter Cameron agrodolce de Il weekend e il Franzen crudele de Le correzioni. Ma cosa segna la scrittura della Yanagihara in modo così vario, complesso e profondo (quasi ottocentesco, si è detto)?
Una vita come tante
è la storia di quattro amici a New York fotografati nel periodo tra la fine degli studi e la messa alla prova delle proprie aspirazioni. Una voce che va dall’uno all’altro, all’inizio in parallelo poi via via singolarmente, con incursioni nel passato e brusche finestre sul futuro. Intuiamo in questo gomitolo di racconti che accadrà prima o poi un certo evento, ma non sappiamo né come né quando, mentre il perché in questi casi è spesso inevitabile. La scrittura. Il primo capitolo, intitolato Lispenard Street, supera le cento pagine ed è come un romanzo completo, funzionerebbe benissimo anche da solo. A volte si dice che leggere un libro è come entrare in un mondo... poco per la Yanagihara. Qui è, piuttosto, come comprendere di colpo il mondo e non farsi bastare quelle pagine. È scoprire tra le sue frasi così impersonali tanto di noi da incontrare intollerabili gioie e sofferenze. È essere Jude, Willem, Malcolm e JB. È furia quieta, tumulto irraccontabile. È non poter smettere di leggere mai più, che siano cento pagine o mille. Mica poco.
Qui occorre un esempio concreto per capire cosa abbiamo davanti. In un capitolo, uno solo e dopo 200 pagine, il racconto cambia di colpo in prima persona, mentre per il resto abbiamo una terza persona magnifica: neutra, minuziosa, senza abbellimenti e quindi molto coinvolgente per l’immediatezza. Bene, arriva questo capitolo temporalmente parallelo ai precedenti in cui un personaggio secondario si rivolge in prima persona a un protagonista (e a noi lettori). Attenzione, non sappiamo nemmeno a chi, si capirà poi. Una trentina di pagine di colpo confidenziali, quasi la confessione inattesa di un amico. Il significato puro di un’anima qualsiasi, questa incredibile scrittrice direbbe “di un’anima piccola”.
Infine una citazione: piccola, sparsa in una delle tante apparenti casualità emotive del romanzo, capirete subito da quale capitolo.
Così, perché poi non è più possibile aggiungere altro: «Ancora oggi non saprei descrivere la sensazione che ho provato: so solo che in quel momento ho sentito qualcosa sgretolarsi dentro di me, come una torre di sabbia troppo umida per lui, per te, e anche per me. E nella sua faccia sapevo che avresti visto la mia. Poi ho guardato e, per la prima volta, ho capito che cosa intendesse la gente quando diceva che certe persone ti straziano il cuore. Avevo sempre pensato che fossero dei sentimentalismi, ma in quel momento mi sono reso conto che, sentimentalismi o meno, era la pura verità. È stato allora suppongo che ho capito».

Hanya Yanagihara
Una vita come tante
Sellerio Editore, Palermo 2016, pp. 1.104 , 22 euro

Michele Zanlari

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