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CASCINE
La cascina dei piccioni viaggiatori
12 maggio 2014

Si dovrebbe immaginare questa terra per com’era tanto tempo fa. Oggi si fa la conta degli assenti, delle cose che si sono perdute. Vi sono realtà che si raccontano finchè se ne conserva memoria, ma quando quest’ultima svanirà non avremo neppure i ricordi. Le mie radici non sono di qui. Perciò se di una cascina non è rimasto neppure un porticato, e di un’altra vi è soltanto il muro sberciato di un fienile, ne prendo atto con uno stupore che resta immune alla sofferenza. Ma la gente di qui questa terra l’ha vissuta com’era. L’ha attraversata a piedi, alla guida di un calesse o di una bicicletta, magari in groppa ad un cavallo. È entrata nelle aie di corti che poi sono state distrutte. Ha conosciuto persone che poi sono andate altrove, recidendo i legami con le origini. Se l’uomo cancella le proprie orme, perché stupirsi se di alcune cascine restano solo il nome e un ricordo sempre più labile? Mi crogiolo di sentimenti alla cascina Regona di Maleo, ospite della famiglia Muti. Sono quasi alla fine del paese, 3 km esatti per raggiungere la piazza centrale, posso indicare col dito i primi filari d’alberi di Cornovecchio, Meleti e Maccastorna.

FIGLI DELLA TERRA
I Muti appartengono alla Bassa, ma il nucleo originario non si sa a quale zolla di terra fosse appartenuto.Nonno Luigi Muti arrivò qui nel 1939. Era un uomo che aveva dovuto raddrizzare la propria esistenza: rimasto vedovo con sei figli, aveva trovato nella cognata, sorella della defunta, un riferimento sicuro per la crescita dei propri ragazzi, tre maschi e tre femmine: Achille, Attilio, Sante, Angela, Albina e Giannina. La zia era una donna autoritaria e di consolidati principi: con lei non era ammesso sgarrare, e seppe crescere quei nipoti con amorevolezza e fermezza. In quegli anni la cascina Regona, che apparteneva alle sorelle Caccialanza di Codogno, era divisa in due parti: in una porzione vi abitava la famiglia Gagliardi, l’altra parte invece da qualche tempo era libera, e fu così che vi giunsero i Muti. Le sorelle Caccialanza erano figure eccentriche: nubili, facevano parte dell’Associazione Dame di San Vincenzo, ed il loro senso di generosità non si manifestava soltanto nelle finalità caritatevoli, ma nei modi espansivi, ricchi d’umanità. Divenuti loro affittuari, i Muti ricevevano almeno un paio di volte all’anno le loro visite: sempre estroverse ed elegantissime, si presentavano con un enorme sacchetto di caramelle, sia per i grandi che per i piccini, e portavano con loro un cane, un barboncino nero, raccomandando ai più piccolini di averne cura durante il colloquio con gli adulti.

IL RITRATTO DELL’UMILTÀ
Nel 1967 le sorelle Caccialanza decisero di vendere la cascina Regona, che fu acquistata da Sante Muti. Lui, suo fratello Achille e la sorella Angiolina avevano sposato due sorelle ed un fratello di San Fiorano, realizzando così un forte intreccio tra le due famiglie. Sante, comunque, si avvalse della collaborazione del fratello Achille, mentre Attilio, che aveva sposato una donna i cui parenti conducevano la cascina Chiesuolo di Santo Stefano Lodigiano, scelse di fare il meccanico.Sante e Achille Muti sono ricordati come due belle figure. Il primogenito era Achille: di statura normale, più che delicato di stomaco, e perciò magro come un chiodo, uomo mite e di pochissime parole, era l’immagine più vera dell’umiltà; tutta la sua vita, infatti, era attraversata dalla capacità di sapere dare valore ad ogni cosa, anche agli avvenimenti più semplici. Il suo mondo era la cascina, anche se da giovane, proprio per questo suo spirito positivo, era stato invitato a fare parte di un gruppo di recitazione dell’Oratorio di Santo Stefano Lodigiano, e lui non si era sottratto. Sul lavoro, era molto esperto, dotato di grande intuito, ma con una certa ritrosia verso quelle novità che gli parevano avveniristiche: così, quando in azienda agricola entrarono i primi trattori, lui pretese che restassero ancora i cavalli, perché gli davano maggiore sicurezza. Quando prima con la dovuta distanza, poi con il desiderio di capire, si accorse che il trattore era davvero indispensabile per i lavori in campagna, già anziano imparò a guidarlo, sentendosi felice per sapere rimanere al passo con i tempi. Una volta in pensione, si trasferì in un’abitazione civile, ma ogni giorno, malgrado avesse 80 anni e più di 3 km per arrivare ed altrettanti per ritornare, non mancava di presentarsi in cascina.

I PICCIONI DI SANTE
Il fratello Sante, invece, era nato il 6 settembre 1917. I figli lo ricordano buono come il pane. Egli aveva sposato Angela Geroni di San Fiorano: s’erano conosciuti prima che lui partisse per il fronte d’Albania, e Sante le aveva regalato un profumo di violette affichè quell’essenza le ricordasse la promessa d’amore; dalle trincee le spediva lettere d’amore. Sante Muti era un agricoltore attento, ma propenso a delegare, tanto che la gestione degli affari era interamente affidata alla moglie Angela, donna decisa, frenetica nelle attività che sovraintendeva, rapida nelle decisioni, e generosa verso chi le domandava un sostegno. Sante Muti lasciava fare non perché fosse poco interessato, ma perché aveva una grandissima passione, per lui irrinunciabile, che lo impegnava e che lo rendeva vivo: quella di allevare piccioni viaggiatori. In questa attività, Sante aveva una competenza magistrale: s’era aggiudicato molti premi, e aveva persino spedito i piccioni sino a Lecce, dove in competizione con altri di allevatori provenienti da ogni parte d’Italia si effettuavano le gare, caratterizzate da regole molto ferree: tutti gli allevatori competitori avevano un identico orologio, al cui interno era allocato un disco piombato; non appena il piccione faceva ritorno lo si liberava da un piccolo bussolotto, che aveva legato ad un anello posto sulla zampetta, e con questo si forava il disco dell’orologio, suggellando così il tempo d’arrivo. Vi erano pennuti idonei a volare per 200 km, ed altri che ne potevano percorrere oltre un migliaio. Ma tutti, con uno straordinario mistero tutt’ora mai compreso, riuscivano a fare ritorno a casa. Per quei piccioni, Sante stravedeva. La moglie lo sentì urlare una sola volta: quando lei gli intimò di liberarsi di quei pennuti, che consumavano più mais di quanto avrebbe fatto un intero esercito di galline, e Sante reagì in malo modo perché per lui quella, prima di essere la loro, era la cascina dei piccioni!

IL DNA DELL’AGRICOLTORE
L’azienda agricola in quegli anni era a vocazione lattifera: in stalla si producevano 50 litri giornalieri di latte per 12 vacche, tutte munte a mano, in quanto l’energia elettrica alla corte Regona arrivò soltanto nel 1966. Al vecchio Sante, intanto, si era affiancato il figliolo primogenito: Mario Muti, nato nel 1946. Egli ha proprio il Dna degli agricoltori. Il suo volto sarebbe piaciuto ad Hemingway. Uomo di pochissime parole, con la forza degli occhi fa sì che persino i suoi silenzi siano ricchi di espressioni, e dietro ogni osservazione, centellinata nelle parole, c’è una riflessione profonda, mai scontata. Nel lavoro sa essere molto spiccio, Mario: quello che deve essere fatto, va fatto, senza tentennamenti. Anche l’altro figlio di Sante, Alberto, nato nel 1948, dopo avere svolto un’attività in altro settore, è approdato all’agricoltura e dal 1980 lavora in cascina. Egli si è occupato prevalentemente della stalla, esperto nelle tecniche di fecondazione: sino a quando sono state mantenute, cioè sino all’agosto 2013, le bestie erano arrivate al numero di novanta in mungitura ed altrettante in allevamento. Un terzo fratello, Gianni, ha invece fatto il meccanico. Dal 1998 ai fratelli Muti si è aggiunto il secondogenito di Alberto Muti e Domenica Bescapè, il cui nome è Stefano, oggi affittuario e unico conduttore dell’azienda agricola. Mentre il fratello maggiore, Luca, è invece promotore finanziario.

UN PRESENTE DI DUBBI
Stefano Muti ha optato per l’indirizzo cerealicolo, con produzione di cereali e mais destinati alla vendita per impianti di biogas per la produzione di energia elettrica. Lo zio Mario, dall’alto della sua saggezza, scuote il capo e con le mani, mettendo ordine nella barba, sembra cercare una ragione per dare un senso al futuro: «Qui una volta avevamo campagna a distesa, e ora c’è la cava per l’estrazione di ghiaia e sabbia per lavori di pubblica utilità. Adesso la produzione dell’energia elettrica, con il foraggio che una volta era destinato agli animali. Finirà che un giorno a noi non resterà che mangiare la corrente elettrica. Ci vorrebbe una rivoluzione per rimettere l’agricoltura al primo posto, e questo non è più il tempo delle ribellioni. Non so che futuro avremo. E se, sopratutto, avremo un futuro».

Eugenio Lombardo

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