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San Bernardo
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CASCINE
L’ex venditore della corte Vallicella
13 aprile 2014

Un quarto di secolo lodigiano, tondo tondo, e non mi era mai capitato di passeggiare per la campagna che si estende nei pressi di Camairago, lì verso l’Adda, mirando all’opposta sponda di Pizzighettone. Mi lascio sorprendere, abbacinato da un sole estivo, e mi addentro nella bellezza del territorio: sono in anticipo all’appuntamento con l’agricoltore Ruggero Tansella, e allora perlustro i dintorni, arrivando sino al santuario del paese, al titolo della Madonna della Fontana. C’è una storia romantica, ispiratrice della costruzione dell’edificio sacro: pare infatti che, nel tempo più lontano, questa fosse una zona molto pericolosa, a causa delle continue esondazioni del fiume. Allora, pescatori e barcaioli, devotissimi alla Madonna, decisero di erigere una piccola cappella in suo ricordo, proprio in prossima di un’acqua sorgiva, considerata miracolosa e benedetta da San Carlo Borromeo.
I campi si estendono a perdita d’occhio: sono giorni di semina, e con geometriche distanze i trattori solcano la terra, ciascuno segue il proprio percorso, un appezzamento si definisce per zolle dentro un’uniformità che non rivela i propri confini, in apparenza.

Sotto l’altura
L’ora si attarda ed io vado a trovare Ruggero Tansella, milanese, nato nel 1964, affittuario della corte Vallicella, che si trova sotto l’altura del paese, sulla sinistra dando le spalle al maniero borromeo.
La corte è molto antica, e sul finire degli anni Settanta del secolo scorso fu acquistata da due fratelli, imprenditori di Codogno. L’azienda agricola fu inizialmente gestita dai dipendenti, poi da un veterinario. A quei tempi Ruggero Tansella era occupato da tutt’altra parte, nel settore commercio, occupato a piazzare accessori per ricambi d’auto. L’attività sembrava scemare; e Ruggero è uomo i cui occhi rivelano un’intelligenza fibrillante, il desiderio di sperimentare, ogni giorno, gli esiti di una fatica, i risultati di un impegno, le conseguenze di un’intuizione. Così, non ci pensò due volte e nel 1993 scelse di dedicarsi all’agricoltura, visto che uno dei due industriali acquirenti della cascina è il suocero, di cui Ruggero coglieva il desiderio di seguire più da vicino le sorti dell’azienda agricola.
Ruggero Tansella volle entrare in cascina, però, non dal portone principale, ma da un ingresso defilato, quello più umile possibile e, per un periodo, lavorò esclusivamente come dipendente. Affittuario lo divenne solo successivamente. Il suo primo impegno fu in sala mungitura, perché - come mi racconta adesso, con spirito assolutamente concreto - è lì che si guadagnano o perdono i soldi, almeno in un’azienda agricola a vocazione lattifera. Suo maestro fu Antonio Provana, di Camairago, un mungitore della vecchia guardia, che tollerava ogni fatica come fosse solo una noia passeggera.

Profitti e perdite
Oggi la stalla vanta 110 bovine in lattazione, e altrettante, o poco più, in allevamento. Si producono circa 33 quintali di latte al giorno, conferiti al caseificio Lattegra di Gragnamino, provincia di Piacenza. L’azienda ha 900 pertiche di terra, coltivate a foraggio, mais e prato, con l’intera produzione destinata alla propria stalla.
Quando è approdato in agricoltura, Ruggero Tansella ne aveva un’idea molto diversa, legata probabilmente alla natura bucolica, e dunque ad aspetti romantici. Invece, immediatamente, si è trovato a ragionare su numeri, cifre, risparmi, profitti e perdite. Perché pochi centesimi a litro di latte, in più o in meno, fanno la differenza, e segnano la crisi o le capacità di un’azienda agricola.
Così, gli capita spesso di riflettere sulle effettive potenzialità del mondo agricolo, che dovrebbe gestire i propri affari con competenze sempre più tecniche e specifiche, avvalendosi di computer, informatica, microelettronica, che non di forconi e pale.
Chi produce latte, mi spiega Tansella, oggi deve fare i conti sia con l’industria di trasformazione che con la grande distribuzione. E snocciola un serie di dati significativi: nel 2004 si prendevano 400 euro a tonnellata, mentre dieci anni dopo il ricavo è di 30 euro in più, a fronte di costi e spese sempre maggiori, e con oscillazioni veramente drammatiche come quella avvenuta nel 2010 quando il prezzo era di 348 euro a tonnellata, circostanza che comportò la chiusura di numerose stalle. Sono numeri ufficiali. Che non lasciano margini a dubbi. In agricoltura oggi, se va bene, si sopravvive.

Il latte lodigiano
Il discorso conduce alle reali prospettive di un marchio lodigiano del latte. Esiste realmente? Avrebbe un senso? La tipicità di un prodotto agricolo, qualunque esso sia, riflette Tansella, andrebbe valorizzata, riconoscendogli un prezzo specifico e dignitosamente remunerativo: ma ciò comporterebbe la conseguenza di creare un mercato di nicchia, esclusivo, che non risolverebbe le sorti dell’economia lodigiana.
In Toscana, ad esempio, hanno sperimentato la valorizzazione del vino Chianti: ma attorno ad esso hanno esaltato pure l’ambiente, le colline, i casali in pietra, i torchi e le cantine, mentre da noi ad un capannone industriale ne segue un altro, e il latte non potrà mai essere di nicchia, perché è relativo ad una produzione legata alla quantità. Più in generale, le specificità tendono ormai a dissolversi, come le trattorie di famiglia spariscono nel centro di Milano, o di altre grandi città, sostituite da marchi di grande ristorazione. Il consumatore, così, si rivolge inevitabilmente alla grande distribuzione, privilegiando co-munque il risparmio: e qui, qua-lunque prodotto con il marchio della tipicità, finisce per appiattirsi, perdendo la propria specificità, sulla generalità delle offerte al consumatore. È anche per questo che i produttori di latte oggi sono in difficoltà. E aumenta il numero di chi, abbandonando le attività tradizionali, sperimenta una diversa strada di guadagno, come quella del biogas, che però mortifica la vera vocazione di un territorio qualificato come agricolo. Per mille anni - racconta stupito Tansella - il Lodigiano con i propri prodotti alimentari dava da mangiare a tutta la Lombardia, mentre adesso si produce energia, avendo assolutamente stravolto gli scopi dell’identità della pianura. Gli impianti di bio digestione - così individuati con una felice espressione - rappresentano pertanto il rovescio della medaglia della mancanza di reddito del settore bovino da latte.

Risposte “scientifiche”
Inutile, dentro questo razionale ed intelligente nichilismo, cogliere nell’imprenditore agricolo Tansella un qualunque romanticismo di sorta. Provo con gli animali, ma anche in questo caso la sua risposta è scientifica: al di là di un rapporto produttivo non c’è alcun legame, ed essi sono visti esclusivamente come strumenti di produzione. Ovviamente, però, gli animali costituiscono una risorsa per eccellenza, e per il loro benessere, in collaborazione con l’Associazione Provinciale Allevatori, si presta la massima attenzione. Nell’ampio recinto della stalla, circolare esemplare di evidente robustezza e splendida morfologia: anni fa, Ruggero Tansella ha avviato un processo di miglioramento genetico. Oggi si continua ad ingravidare alla cascina Vallicella, ma tenendo d’occhio il profilo dei costi.
Provo a chiedere, visto che in definitiva è un uomo che arriva dall’esterno in questo mondo agricolo, quale sia stata la sua sorpresa maggiore, o la soddisfazione più bella. Ma conoscono in anticipo la sua risposta, perché sto misurando la coerenza di Ruggero Tansella quale una della sue prevalenti caratteristiche. Ed infatti mi risponde che egli è uomo impermeabile alle facili soddisfazioni, come freddo e razionale davanti a possibili minacce. Quel che gli importa è la quotidianità, il sapere portare ogni giorno a casa la pagnotta, per sé e i suoi collaboratori, un egiziano e un italiano. Tansella vive l’impegno agricolo in modo radicale per le dodici ore che resta in cascina, a partire dalle 6.30 del mattino quando entra in stalla: a fine giornata si libera degli stivaloni e della tuta, e torna nella propria abitazione di Codogno.
Gli chiedo, viste le capacità di critica e di analisi che rivela sul comparto agricolo, se non gli sarebbe anche piaciuto impegnarsi più direttamente nell’imprenditoria agricola generale, magari sotto il profilo politico o sindacale: se si sviluppano ragionamenti, forse è utile condividerli. Ma Ruggero Tansella svicola. Ha già cambiato una volta di abito, quando ha smesso di fare il commerciante di ricambi d’auto. Ora, nei panni dell’agricoltore ci sta comodo, e comunque con competenza. Ha saputo dare un futuro all’azienda agricola Vallicella di Camairago, posta prima del fiume, lì dove la campagna sembra non avere un confine, ma sempre nuovi orizzonti.

Eugenio Lombardo

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