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Ss. Cosma e Damiano
IL GIORNALE IN EDICOLA
CASCINE
Il “tempio” dei ricordi di famiglia
6 aprile 2014

C’è un’ampia fetta di campagna, nella Bassa lodigiana, che ho eletto a mia personale terra straniera. Mi piace andarvi perché vi ho sempre trovato sincera accoglienza. Si trova a Meleti, poco prima di Maccastorna. Alla cascina Santa Maria, sono ospite dei fratelli Berselli, Mariangelo e Luisa. Nel raccontarmi le storie dei loro avi, i fratelli Berselli riescono, certo involontariamente, a farmi sentire ormai carico di anni: perché certe figure mi commuovono, e penso che davvero nel non avere potuto conoscere tanta gente del passato si sia davvero perso qualcosa. Sarà la nostra generazione, per gli attuali ragazzi, in grado di essere bagaglio di valori, esperienze, sentimenti che rappresentino lezioni di vita, così come fecero i patriarchi di un passato neanche troppo lontano?

ORIGINARI DELLA BASSA
I Berselli sono originari di Meleti: acquistarono la cascina Santa Maria nel 1926, quando la corte era ancora divisa a metà, e da una parte abitava un’altra famiglia, che chiese la cortesia di restare sin quando non avesse avuto modo di trovare un’altra sistemazione. Lorenzo Berselli, nato sul finire dell’Ottocento, era un uomo buono, buono come il pane morbido, e non se la sentì di mandare via i vicini e così, per qualche tempo, la corte fu condivisa fra i due nuclei famigliari. Era davvero un bel tipo, Lorenzo Berselli: uno che al sonno voltava le spalle e trascorreva intere giornate a lavorare, e non perdeva tempo neppure a tergersi il sudore dalla fronte. Alle quattro del mattino era già in piedi, pronto a falciare l’erba sull’argine dell’Adda. Diceva, infatti, che quella era l’ora giusta per sfuggire alle insidie dei moscerini: i quali insetti, alle sette del mattino, invadevano a sciami la campagna e tormentavano i contadini che vi lavoravano. Ma a quell’ora Lorenzo Berselli era già in stalla, a dare da mangiare alle sue vacche, destinate all’ingrasso per la vendita delle carni.

LA BIGINA
Lorenzo era sposato con Luigina Uggetti detta Bigina, anch’ella originaria del paese, e che viene ricordata come una donna davvero singolare: non superava il metro e cinquanta, ma ad ogni centimetro corrispondeva una misura di determinazione. Era, infatti, una donna di grande carattere, che badava al borsellino con estrema attenzione, e prima di sottrarvi un soldo faceva di conto mille e una volta.Ella badava agli animali di corte, galline, oche, qualche coniglio. Ma non c’era verso che ogni tanto s’imbandisse una tavolata. L’unica eccezione era prevista per la sagra. Un giorno, però, Lorenzo Berselli intese ribellarsi a questa esagerata economia della consorte: entrò nel pollaio e tirò il collo ad una gallina, quindi la ripose sul tavolo della cucina e intimò alla moglie di cucinarla; lei non ebbe il coraggio di contrariare l’affamato coniuge, ma si fece promettere che mai più avrebbe commesso uno spreco simile! C’era da capirla, la sciura Bigina: proveniva da una famiglia numerosa e in casa avevano fatto la fame, quella vera, di una volta, che aggrediva la pancia a morsi, che non intendevano allentare la presa. Così, ai propri figli, la sciura Bigina raccontava quando sulla tavola c’era da porre soltanto un uovo, e a dividerselo erano in sette, ed il più fortunato era quello a cui toccava intingere un tozzo di pane sul fondo del padella («La puccia sul padelott...»). Uno dei fratelli della signora Bigina aveva cercato fortuna all’estero: faceva il tappezziere ed era partito per l’Etiopia; qui aveva pure trovato moglie, una bellissima donna di Asmara, ed era diventato un apprezzato artigiano. I coniugi Berselli ebbero 7 figli, però tre di loro morirono ancora in fasce: i superstiti furono Carlo, nato nel 1920, e tre figlie femmine: Giulia, Dina, Maria.

AVANTI NEI CAMPI
A proseguire l’impegno agricolo fu il signor Carlo. Egli fu un uomo mite, umile, sempre sorridente, ma che a questa sua apparente e serafica calma, accompagnava la frenesia di fare le cose sempre velocemente.Aveva sempre corso, sin da quando era bambino, e gli toccava andare a scuola. Egli frequentava le classi elementari di Maccastorna - a circa quattro chilometri dalla cascina Santa Maria - e quando sentiva suonare la campanella, già da un paio d’ore si trovava nei campi ad aiutare il padre; e allora correva a perdifiato per cercare di contenere il ritardo e non farsi rimproverare dalla maestra. Correva sempre, anche d’inverno, quando i prati erano ammantati dalla neve, che si attaccava agli zoccoli, ghiacciando, e rendendoli pesanti come zavorre, ma lui non smetteva di andare di corsa. Fra i compagni di classe ve n’era uno che si fece prete, don Franco Maria Ghilardotti, barnabita, parroco a Bologna, tutt’ora molto legato alla comunità di Maccastorna, e che quel rapidissimo ragazzino lo ricorda bene ancora oggi. Carlo Berselli aveva fatto il militare in Sardegna ed stato spedito in Albania durante il secondo conflitto mondiale: raccontava che, abituato a vedersela con i moscerini e le zanzare della Bassa, aveva trovato molto più fastidiosi i pidocchi! L’ironia era una caratteristica essenziale del suo carattere: ogni cosa, infatti, l’affrontava sempre con il sorriso.

UNA TEMPRA D’ACCIAIO
Aveva anche, Carlo Berselli, una tempra di acciaio: era un uomo magrissimo, ma ogni suo muscolo riservava una volontà indomita. Una volta un toro gli rifilò un violentissimo calcio sul ginocchio, obbligandolo al riposo assoluto; l’ortopedico gli fasciò interamente la gamba, proteggendola con garze così rigide che sembrava indossasse un gesso. Gli raccomandò anche riposo assoluto per una ventina di giorni. Il signor Carlo fece sì, sconsolato, con la testa. Mezzora dopo era già sul trattore, con la gamba offesa stesa in avanti, sopra il paraurti del mezzo. Nel 1952 il signor Carlo aveva sposato Maria Soffientini, anch’ella figlia di agricoltori. La famiglia Soffientini patì qualche disgrazia: due fratelli di Maria erano morti nel pieno degli anni, quando cominciavano a dare una mano in cascina, uno di peritonite, l’altro di indigestione, dopo avere bevuto un bicchiere d’acqua gelata. Tragedie che avevano fortemente segnato la famiglia. Carlo e Maria erano una bella coppia, dove la reciprocità dell’amore coniugale si manifestava nel volere accontentare l’uno i desideri dell’altra. I coniugi ebbero due figli: Mariangelo e Luisa, appunto i testimoni della nostra storia.

VICINI AI GENITORI
Pur svolgendo loro un’indipendente attività di lavoro dall’agricoltura, entrambi sono stati vicini ai genitori e comunque presenti nell’impegno agricolo. Mariangelo, in ogni suo spazio libero, ha aiutato il padre in campagna, e anche nella gestione della stalla, dove le vacche furono mantenute sino agli inizi degli anni Ottanta. Anche Luisa ha dato il suo sostegno, amante com’è degli animali, tanto che oggi cerca un difficile armistizio, sull’aia della corte, tra pappagallini, uccellini e gatti. Altra sua passione è quella dell’orto, curato con spirito pionieristico, da autodidatta, spesso seguendo i consigli della signora Mariuccia, una vicina ottantasettenne, dispensatrice di utilissimi suggerimenti. Mariangelo e Luisa hanno ciascuno la propria vita: Mariangelo ha sposato Luisangela, dalla quale ha avuto due figli: Lorenzo e Andrea, diciott’anni il primo, appassionato di meccanica e trattori antichi, sedici il secondo, che ama invece il calcio ed è tifosissimo del Milan. Luisa ha sposato un agricoltore, Gabriele, che ha la propria azienda agricola a Grumello, nel Cremonese; hanno tre figli: Paolo, che frequenta all’Università la facoltà di Agraria e già aiuta il genitore in cascina; Carlo, che prepara la maturità alla scuola di Agraria, appassionato di animali e ottimo cuciniere di torte e, infine, Angelo, studente di terza media e calciatore nelle file giovanili del Grumello. I fratelli Berselli sono rimasti custodi nel tempo dei ricordi delle antiche generazioni della famiglia. Parlare con loro significa, soprattutto, ricordare le figure dei genitori: di papà Carlo sottolineano l’onestà, il forte desiderio di vivere sempre in pace con la propria coscienza. Toccante il ricordo di mamma Maria, che diventando vecchia spiegava ai propri figli: «Quando morirò non avrò nulla da lasciarvi, solo la strada di andare in Chiesa...». E in quest’espressione c’era tutto il suo senso della vita: l’umiltà, la semplicità, l’educazione e il rispetto per il prossimo. Così, ripenso agli zoccoli carichi di neve di Carlo Berselli, che fu un bimbo che non smetteva di correre e che divenuto uomo non smarrì mai il sorriso tra le sue labbra. Respiro l’odore della campagna e, ancora una volta, a Meleti, mi riesce di sentirmi a casa.

Eugenio Lombardo

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