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CASCINE
L’eredità di Annibale il garibaldino
30 marzo 2014

Sto crogiolandomi dentro belle storie di famiglia e d’agricoltura, lunghe secoli, e che scaldano il cuore, riverberano lampi di originalità, si susseguono attraverso colpi d’estro, si cimentano nelle fatiche del lavoro, si intrecciano con slanci di modernità, s’addentrano nella bellezza della natura, come questo sole al tramonto, che avvampa e quindi repentinamente sbiadisce nascosto da una coltre di foschia, mentre dalla cascina Cascine, a Terranova dei Passerini, in compagnia del dottor Carlo Vailati Riboni, osservo il primo spicchio di cielo consegnarsi alla sera.

DAL PIACENTINO
La famiglia Riboni ha il suo ceppo originario nel paese di Noceto Piacentino, che fu poi inghiottito dalle piene del Po: lì i vecchi patriarchi svolgevano i mestieri di traghettatori di fiume, di pescatori, e di piccoli agricoltori, conducendo cinque ettari di terra. Già nella prima metà del Seicento i Riboni s’erano trasferiti nel Lodigiano. Nel 1756 acquistarono la cascina Cascine di Terranova dei Passerni: a perfezionare l’acquisto fu Lorenzo per il figlio Gerolamo. In quegli anni le generazioni erano prolifere nelle fratellanze: i Riboni avevano, tuttavia, un tacito accordo. A condurre l’azienda agricola doveva essere uno soltanto fra loro; gli altri sceglievano professioni diverse: chi si dava alla medicina, chi svolgeva la professione di ingegnere, qualcuno scopriva la vocazione al sacerdozio. Storicamente, i Riboni erano allevatori e produttori di grana lodigiano. Malgrado la comprovata solidità finanziaria, attraversarono pure qualche momento difficile. Ad esempio, quando agli inizi dell’Ottocento, i Riboni avevano dato garanzie economiche a vantaggio di un loro amico di Casalpusterlengo che, cosa paradossale, svolgeva l’attività di esattore: gli affari di quest’ultimo erano andati gambe all’aria, così come l’avallo economico dei Riboni, che erano stati costretti ad alienare la cascina San Giacomino, vendendola ad un sacerdote, monsignor Peroni; il prelato donò poi questa corte all’Ospedale di Codogno con un preciso legato testamentario: che almeno due posti letto del nosocomio fossero concessi ai poveri di Terranova dei Passerini, prassi che si mantenne sino al dopoguerra.

UNA FIGURA EPICA
Un personaggio dominante dei Riboni fu certamente Annibale, figura epica nella famiglia, uomo del Risorgimento, che s’arruolò volontario nella seconda guerra d’indipendenza, sostituendo un fratello caduto nella battaglia di San Fermo, avvenuta il 27 maggio 1859, quando Garibaldi al comando dei Cacciatori delle Alpi sbaragliò l’esercito austriaco posto a difesa di Como. Annibale Riboni era un garibaldino tutto d’un pezzo: aveva partecipato alla battaglia di Solferino e San Martino, pietra miliare per l’unificazione d’Italia. Egli s’era distinto anche come professionista, agricoltore e politico. Aveva studiato ingegneria, fondato la prima Società di Mutuo Soccorso Agricolo, ed istituito il primo Comizio Agrario. Era stato sindaco di Casalpusterlengo, deputato nazionale, e consigliere provinciale di Milano. Nella seconda metà dell’Ottocento aveva ammodernato la cascina Cascine, realizzando in stile umbertino la casa padronale, ampliando la stalla e le scuderie. Morì nel 1904. E, pur essendo stato un uomo conosciuto ed apprezzato sullo scenario nazionale, pretese che il necrologio fosse pubblicato a tumulazione avvenuta, sdegnando da buon garibaldino le celebrazioni religiose, e lasciando che al camposanto lo accompagnassero soltanto i propri contadini e i famigliari più stretti.

DI PADRE IN FIGLIO
Dei figli di Annibale Riboni, due si occuparono d’agricoltura, seppure in momenti diversi, per mantenere fede al fatto che soltanto uno della famiglia dovesse svolgere l’attività agricola; entrambi, inoltre, avevano una propria professione. Giuseppe, ad esempio, era medico: egli morì prematuramente, a causa di un melanoma, lasciando oltre che la moglie Gina Ferrari, anche due figli in giovane età, Mario ed Alessandra; allora, il fratello Carlo, ingegnere a Liegi, abbandonò ogni impegno professionale e si precipitò in Italia, adottando i nipoti orfani, e sposando anche la cognata. Carlo Riboni era un uomo generoso e un ingegnere competente: la sua specializzazione era nell’elettricità, ed era progettista delle linee tranviarie. Aveva portato la corrente al Comune di Terranova dei Passerini e introdotto l’uso del telefono. Morì nel 1931 afflitto da una nefrite.L’impegno agricolo transitò allora al nipote Mario, ragazzo del ‘99, che dal primo conflitto bellico era per grazia di Dio tornato sano e salvo. Mario Riboni fu un agricoltore di larghe vedute, sorretto da un’acuta intelligenza: nel 1921 smantellò la stalla delle brune alpine, introducendo le pezzate, allora assolutamente sconosciute. Chiuse il vecchio caseificio e, avvalendosi di due soci, Ghisalberti e Ramelli, ne aprì uno più grande, nella vicina frazione di Rovedaro: qui realizzavano un quintale di mascarpone al giorno, venduto alla ditta Alemagna; e poi grana, caci, provoloni, emmental, caciotte pugliesi racchiuse in reti di vimini, che ritirava Ottorino Belloni di Codogno, un ometto piccolo piccolo che campò sin oltre i novant’anni. Ma l’audacia di Mario Riboni si spinse oltre: agli inizi degli anni Venti con altri 80 agricoltori, tutti terrorizzati che l’Unione Sovietica espandesse il proprio dominio in Europa, aveva fondato l’Agricola Padana, che aveva rilevato una possessione, di circa 400 ettari, alle porte di Parigi. La scelta fu un passo falso: i soci eliminarono gli agnelli e la distilleria per l’alcool di patate, immettendo una tradizionale stalla da latte. Dieci anni dopo i soci batterono in ritirata.

UN DOPPIO COGNOME
Mario Riboni era sposato con Antonietta Rosa detta Ina Biancardi, figlia di Serafino, famiglia originaria di Codogno: Serafino Biancardi aveva una ditta che stagionava formaggi, decine di migliaia di forme, e una fornace a Zorlesco, inoltre aveva fondato la Banca Popolare di Codogno e la Società per l’illuminazione a gas della città di Codogno.Mario ebbe due figlie femmine: Giuseppina e Maria Luisa; la prima sposò Sergio Vailati di Codogno, medico, che esercitò all’Ospedale cittadino sino al 1985, quando nel ruolo di primario di Chirurgia accedette alla pensione. La seconda aveva sposato Pier Francesco Zazzera, farmacista.L’azienda agricola passò dunque al nipote del patriarca Mario, il dottor Carlo, laureato in Agraria all’Università di Piacenza, testimone di questa storia, figlio di Giuseppina e Sergio. A lui e alla sorella Daniela, con apposito decreto della Presidenza della Repubblica, fu dato anche il cognome del nonno Mario, che teneva che alla cascina Cascine rimasse legata l’egida dei Riboni.

AZIENDA MULTIFUNZIONALE
Il dottor Carlo Vailati Riboni, con la moglie Paola Sfondrini, ha modificato i propri orizzonti agricoli. Il loro motto è che la multifunzionalità agricola dev’essere alla base di ogni strategia e che, oltre ai beni tradizionali, l’agricoltura debba anche vendere servizi. Così, ha reintrodotto gli animali in azienda, optando per la linea vitello-vacca della razza limousine per la produzione di carni. Sotto l’altro aspetto, ha realizzato un agriturismo con ristorazione, per gruppi di almeno dodici persone, una fattoria didattica, e di recente promosso una fattoria sociale, cioè aperta ai disabili; con la collaborazione dell’Adi (Associazioni Disabili Insieme), stipulando convenzioni con i Comuni, tre volte alla settimana vengono ospitati ragazzi che, impegnandosi nella serra e nell’orto, possono valorizzare le proprie abilità. La persona viene così messa al centro di questi progetti. L’iniziativa va bene, tanto che la si vorrebbe allargare al disagio scolastico, accogliendo alunni sospesi temporaneamente dalla frequenza delle lezioni. Inoltre da un paio d’anni c’è un accordo con l’Istituto Santa Chiara di Lodi per ricevere gli anziani e si dovrebbe realizzare analogo progetto per i pazienti affetti da Alzheimer dell’Ospedale di Codogno: il contatto con la natura e con i luoghi rurali è fonte di serenità per tutti. Sempre sulla linea della multifunzionalità, è stato inaugurato, su una zona di 28mila mq, un laghetto dove è possibile pescare solo pesci autoctoni: tinche, persico reale, luccio lodigiano striato. L’accesso è riservato a sei ospiti per volta, rispettando la tranquillità che occorre a ciascun pescatore.Gli ultimi baluginii del sole fanno rilucere i profili della cascina Cascine: ogni cosa è al suo posto, la Natura madre benigna di un’umanità che prosegue il suo cammino, dentro ad un tramonto generoso di nuove promesse.

Eugenio Lombardo

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