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S. Caterina di Svezia
IL GIORNALE IN EDICOLA
CASCINE
Alle tre corti dell’antico Sandone
2 marzo 2014

È un solido pomeriggio di luci scintillanti, e ai confini di Lodi osservo il sole sospeso sul cielo giocare a rimpiattino con il tramonto e lanciare la sfida all’oblio della notte. Sembrano attimi d’eternità.
L’insediamento rurale del Sandone - con i suoi caseggiati sul promontorio destro e quelli a valle sulla sinistra - è uno di quei luoghi che ha in larga parte preservato la propria identità, malgrado nei tempi moderni le più antiche strutture siano state convertite in nuove costruzioni.

Un giovane in guerra
Chi segue i dettagli di questa pagina sa quanto, più ancora dei portali, degli architravi dei fienili, dei capitelli delle stalle, belle come sale di feste delle epoche più classiche, ci si lasci coinvolgere dai destini degli uomini. Così, grazie alla cascina Sandone, ho avuto modo di rivisitare l’esistenza di un uomo, Raniero Losi, nativo del 1899, che grazie al proprio impegno agricolo seppe costruire una vita giusta e ricca di soddisfazioni.
Raniero era originario di Caselle Landi e trascorse un’infanzia rispetto alla quale ebbe la ventura di non avere alcun obbligo: neppure quello di studiare perché i suoi genitori, visto che la scuola era a dodici chilometri da casa, decisero di non mandarlo.
Nel 1917 fu arruolato per la guerra: a casa Losi era giunta la notizia che un fratello maggiore di Raniero, anch’egli al fronte, aveva perso la vita in battaglia e, comprensibilmente, questa chiamata alle armi fu vissuta come una tragedia. Mamma Albina era sconsolata: ogni giorno andava a pregare la Madonna della chiesa dell’Assunzione raccomandandole la grazia di far rientrare il giovane Raniero, ma dal fronte non giungevano notizie. Non una lettera. E neppure una cartolina. La donna era proprio avvilita e si sfogava con il parroco per questo devastante silenzio.
Il parroco le diceva di aprire il cuore alla speranza e di perseverare nella preghiera. Mamma Albina era sempre più inconsolabile. Così un giorno, il parroco, che non riusciva più a darle conforto, la redarguì: se tuo figlio non l’hai fatto studiare, ed è rimasto analfabeta, che lettere vuoi che ti scriva? In quella risposta così priva di garbo, mamma Albina trovò la giusta conferma alle sue speranze. Raniero Losi, per fortuna, rientrò sano e salvo dal fronte. Prima di congedarsi fece altri due anni di militare, a Bologna, svolgendo l’incarico di attendente ad un colonnello, che apprezzò l’indole del soldato e lo obbligò a studiare, mettendolo nelle condizioni di imparare a leggere e a scrivere: e poiché Raniero era sveglio, seppe recuperare tutto il tempo perduto.

Un mediatore di ficucia
A Caselle Landi, Raniero Losi tornò quando correva l’anno 1921. Prese a lavorare in campagna. Era bravissimo nel taglio del frumento, di una velocità impressionante e di una precisione infallibile. Fu questa una sua specialità, rispetto alla quale, anche quando divenne grande, sessantenne, continuava a dare punti ai più giovani.
Successivamente lasciò la Bassa e si spostò a Lodi, dove avviò la nuova attività di mediatore di bestiame. Raniero era stato figlio di un carabiniere, morto sul lavoro, mentre cercava di sedare una rissa. Non aveva imparato dunque dal padre il mestiere agricolo. È probabile che l’avesse assimilato osservando gli altri. Certo è che divenne uno dei migliori mediatori sulla piazza. In una società agricola com’era quella lodigiana il mediatore era un punto di riferimento essenziale: il classico uomo di fiducia in assenza del quale un accordo delle parti avrebbe avuto sempre la debolezza del sospetto di una fregatura. Ma se c’era la parola autorevole del mediatore di fiducia allora ogni accordo aveva il sigillo della verità, che nessuno ci perdeva e che nessuno ci guadagnava illecitamente carpendo l’altrui buonafede. Raniero Losi aveva occhio: sapeva riconoscere il peso di un maiale nello spazio d’un battito di ciglia, e non sbagliava mai, neppure di mezzo chilo.
Egli era sposato con Candida Brunetti, che aveva sette fratelli, tutti casari. La signora Candida aveva fatto la mondina e con i soldi guadagnati sua madre le aveva fatto la dote per il matrimonio.
I coniugi Losi vissero semplicemente la propria vita, e uno dei loro maggiori desideri fu quello di fare studiare il figlio Antonio, che si laureò alla facoltà di Agraria di Piacenza e divenne un noto professore dell’Istituto Professionale di Villa Igea. Pur continuando a fare il mediatore, Raniero Losi svolse anche l’attività di allevatore, dedicandosi ai suinetti, portandoli sino ai 50 kg per poi venderli a coloro che curavano l’ingrasso senza il ciclo completo.

Le cascine e l’osteria
La cascina Sandone - la cui voce medioevale significa “molino natante su fiume o corso d’acqua”, e che nel lontano 1356 era invece denominata Sandinibus - era costituita da tre agglomerati rurali: la corte Sandone di Sotto, quella di Sopra, e infine quella di Mezzo. Vi era un’osteria, detta, per non sbagliare, del Sandone; fino alla fine degli anni Sessanta fu condotta dal signor Samarati, e quindi dal signor Bassi, che ha protratto la propria attività sino agli inizi degli anni Novanta.
Il locale vantava due campi da bocce, dove si disputavano gare di livello. E proprio qui nel 1954 si ricostituiva la bocciofila “Eugenio Castellotti”, alla cui presidenza vi era Gianni Meazza, e che sino ad allora aveva avuto sede presso un’altra trattoria, detta del Chiosino. Questa bocciofila seppe primeggiare fra le altre sparse nel territorio lodigiano. Famosa era la gara regionale individuale del 1° maggio, alla quale partecipavano 256 giocatori.
La costruzione della cascina Sandone, nel suo complesso, era davvero articolata. In linea d’area le tre porzioni erano divise da una strada interna e dalla comunale Lodi-Lodi Vecchio.
Alla Sandone di Sotto facevano riferimento, sulla destra dell’omonima roggia Sandona, la segheria dei fratelli Curioni, mentre sulla sponda sinistra vi era il molino dei fratelli Ceresa.

La segheria e il molino
La segheria probabilmente fu inaugurata agli inizi degli anni Trenta del secolo Novecento: oltre alla fabbrica vera e propria, collocata sotto al porticato, dove gli strumenti funzionavano con la motrice idraulica, vi era una stalla per il ricovero dei cavalli, indispensabili per il traino dei carri sui quali veniva collocato il legname da lavorare e da riportare nelle varie cascine.
Imponente anche il molino, denominato della Traditora, appartenente ai fratelli Gino, Fausto, Aldo, Egidio e Telo Ceresa.
I Ceresa erano imprenditori molto conosciuti, ma non avevano perso i modi umili, alla buona. Il loro edificio molitorio era in funzione già negli anni Venti e le sue proporzioni erano considerevoli, in quanto oltre alla struttura dove avveniva, grazie ad una ruota posta sulla roggia, la macinazione dei cereali, vi erano un magazzino e un granaio a due piani, capace di contenere duemila quintali di frumento.
A fianco di questo stabile vi erano la stalla per i cavalli e un altro portico dove era collocata la “bareta”, cioè un carro a due ruote per il trasporto dei cereali e della farina, collocati in sacchi di iuta di 70-80 kg. Dall’inizio degli anni Duemila, il Molino Ceresa è stato trasformato in un condominio con 25 appartamenti.

Le corti agricole
La cascina Sandone di Sopra era condotta dal signor Arienti. Essa era costituita da un fabbricato comprendente due abitazioni con un porticato e una stalletta con fienile, e nei pressi un terreno di circa un ettaro, degradante verso la roggia Sandona, con un dislivello di quasi otto metri. Questo appezzamento fu poi ripianato ed oggi è un campo perfettamente pianeggiante. Il signor Arienti allevava vitelli per la produzione di carni ed era una persona mite e disponibile.
Infine c’era il Sandone di Mezzo altrimenti noto come “Casa Zighetti”, mutuato dal nome di chi aveva costruito questa parte di corte all’inizio del secolo scorso: fu qui che dal 1 novembre 1954 Raniero Losi svolse, quale affittuario del signor Meazza, il proprio impegno agricolo, conducendo un ettaro e mezzo di terra, compresa tra due appezzamenti. L’attività agricola è stata proseguita dalla famiglia Losi sino al 1993. Il Sandone di Mezzo, compreso tra il Molino Ceresa, la roggia Sandona e la strada vicinale, era costituito da una casetta, un portico e tre stallette con fienile. Successivamente il complessivo fabbricato rurale è stato trasformato in due appartamenti, mentre un appezzamento di terra è stato convertito in giardino, e l’altro lasciato a bosco naturale.
Alla cascina Sandone si udiva, notte e giorno, un continuo scalpiccio di zoccoli di cavalli. Ma quella che regnava era una calda, partecipata armonia fra i tanti protagonisti della corte, che vivevano in uno spirito di sincera amicizia e costruttiva collaborazione.

Eugenio Lombardo

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