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CASCINE
Il tram dei sogni di Marco Rancati
22 dicembre 2013

Non importa che il calore irrompa da un tronco di legno o dal fioco baluginio della carbonella perché, in questa fredda notte lodigiana, mi riscaldo con il conversare di Marco Rancati, agricoltore di lungo corso, che ha scelto di rimanere pioniere dei propri sogni, e persino le nostalgie sa ammantarle di un che di epico e romantico.
Marco Rancati è un uomo ricco di aneddoti che poggiano su testimonianze talmente lontane che non si sa se interpretarle come fantasie o fatti reali; mi racconta, ad esempio, che il ceppo originario della sua famiglia giunse nel Lodigiano dalla Catalogna e che i suoi avi spagnoli combatterono, in conflitto con gli austriaci, nella cruenta battaglia dei Morti della Porchera nella prima metà del XVIII secolo.
Ad un tratto, Marco Rancati mi dice: se diverremo amici, un giorno….. Ma so che amici lo siamo divenuti già, quando mi ha fatto entrare sul tram dei suoi sogni, parcheggiato lungo la via Emilia, dirimpetto a Secugnago, e poi invitato alla cascina San Rocco, quasi all’ingresso del paese, lì dove – come dice lui – c’è la “vultada”, affinchè ci si scaldasse davanti al camino e, anziché l’oscurità della campagna, un lume rischiarasse i miei appunti.

A CASELLE LANDI
I vecchi Rancati – i patriarchi – si stabilirono a Caselle Landi. La memoria di Marco risale al bisnonno, sul quale ha appreso un particolare picaresco: portava un grosso orecchino al naso, a quei tempi segno di forza, di carattere tosto e fumantino. Oltre ad essere agricoltori, i Rancati commerciavano il bestiame: il nonno, Beniamino, era un uomo possente, che per raggiungere Bettola, dove acquistava buoi, muli e asini, doveva attraversare il Po, rischiando di essere attaccato dai “Batűs”, furfanti che si nascondevano dietro i fusti di mais; ma Beniamino non temeva alcunché, e che fossero loro, quei briganti, a preoccuparsi di lui!
Chi tratteneva il respiro, finchè non lo vedeva tornare, era la moglie, Giuseppina Sudati, figlia del fruttivendolo di Caselle Landi. La coppia aveva avuto sette figli, cinque maschi e due femmine, di cui una oggi novantaquattrenne, Carmela, arzilla come gli avi, tanto che va ancora in bicicletta per Lodi. L’altra figlia femmina si chiamava Bruna.

ALTRI SAN MARTINO
Quando correva il 1930 la famiglia Rancati si trasferì a Santo Stefano Lodigiano, al podere Pontini. Quindi si spostò a Secugnago, alla cascina San Rocco, di proprietà del signor Gino Calza.
Giuseppe, Emilio, Alessandro, Gino e Dino, figli di Beniamino, svolsero inizialmente l’impegno agricolo. Poi, Dino gestì una macelleria a Milano, e Gino aprì un negozio di stoffe per abiti a Secugnago.
In cascina rimasero gli altri tre: Emilio, che aveva sposato Giovanna Bettinelli di Secugnago, irrigava la campagna; Alessandro, un tipo calmissimo, faceva lo “strapasson”. Quest’ultimo decise di separarsi dagli altri fratelli: aveva sposato una Boiocchi di San Fiorano e s’era trasferito lì; egli fece l’artigiano: con il vimini o con il salice rosso costruiva i “cavagnìn”, cioè i cesti; la ditta che glieli commissionava, la Polenghi Lombardo, li utilizzava per le confezioni di burro e formaggio.

I FIGLI DEL “VENTO“
Il “regiù” della cascina era Giuseppe Rancati. Egli aveva il soprannome de “il vento”: sembrava un turbine, non stava mai fermo e, proprio per questa sua frenesia, a volte finiva per rivelarsi confusionario.
Giuseppe Rancati aveva sposato Giuseppina Rizzardi di Santo Stefano Lodigiano, figlia del messo comunale, ruolo che conferiva al suo genitore un’aurea di solenne dignità. La coppia aveva avuto cinque figli: Beniamino, Luisa, Marco, il testimone di questa odierna storia, Archimede e Paola.
Beniamino Rancati, pur essendo portato per gli studi, ed avendo frequentato il collegio vescovile, poiché aveva pure fatto un periodo di apprendistato, andò a Milano a fare il ciabattino, e successivamente gestì un proprio posteggio all’interno del mercato ortofrutticolo.
Luisa ha sposato Giancarlo Polenghi: la famiglia è proprietaria di un’azienda che produce succhi di limone, la nota Polenghi Las di San Rocco al Porto, premiata di recente sia dalla Asl che dalla Camera di commercio.
Archimede ha conseguito il diploma di perito, ha lavorato ai ponti radio di Linate e con gli ospedali per le strumentazioni delle sale operatorie. Paola produce aceto e oli per la ditta Gran Sapori e con le figlie Chiara e Marisa gestisce un centro benessere.

DAI CAMPI ALLA METROPOLI
Marco Rancati, nato nel 1946, sembrava dunque quello destinato all’agricoltura: da uno zio aveva acquistato una vitella, a cinquantamila lire, ed essa era stata pure ingravidata. Si sognava in grande stile. Invece le cose andarono diversamente e se la campagna avesse perso un paio di robuste braccia, allora, la colpa sarebbe stata tutta di Carlin “Vota” Pizzamiglio, il papà di Sandro, noto come il mitico “Vigilon” di Lodi. Fu lui a convincere il signor Giuseppe Rancati, che Marco ed il suo giovane Sandro, dovessero andare a Milano a fare i fresatori: la paga sarebbe stata buona ed il futuro assicurato.
L’appuntamento era per le 5.30 del mattino, e mezzora prima il giovane Marco, che non voleva lasciare il lavoro agricolo, si andò a nascondere. Ma venne scovato. Cominciò un lungo periodo di lavoro nelle fabbriche. Frequentando specifici corsi serali, egli divenne un esperto di trasmissioni e radio tecnica: con un socio aprì un negozio a Milano per la riparazione delle televisioni. Essendosi inoltre appassionato allo stile di vita proposto dall’esercito italiano, durante il periodo di leva, svolto tra la Sicilia e la Toscana, finì per arruolarsi quale volontario nel Corpo Militare della Croce Rossa Internazionale. Egli ad ogni operazione internazionale è, a tutti gli effetti, un richiamato. Nel prestare soccorso ai feriti così come ai profughi, Marco Rancati è stato in Kossovo, in Macedonia, in Iraq, in Sri Lanka, in Albania, in Tunisia, a Lampedusa.

RITORNO IN CASCINA
Nel 1974 l’improvvisa morte del padre, a causa di un incidente stradale, pose nelle condizioni Marco Rancati di rientrare in cascina. I Rancati erano sempre affittuari di Gino Calza, figlio del medico condotto del paese, e geniale fotografo. Di lui dicevano fosse parsimonioso, ma con i Rancati fu generoso, stipulando un contratto alla resa conveniente per gli affittuari, che annualmente gli dovevano 59 kg di beni alla pertica così ripartiti: 30 lt di latte, 15 kg di mais, 14 kg di grano.
Nel 1976 Marco Rancati ha sposato Giuseppina De Leo, originaria della Sicilia, da cui ha avuto tre figli: Giuseppe, Katia e Luigi.
Successivamente parte dei terreni e della casa padronale della storica cascina San Rocco fu prelevata, per accordo con la proprietà, da Marco Rancati.
Dalle case coloniche, che nel tempo erano state distrutte senza che la vecchia proprietà li ristrutturasse, Marco Rancati ha recuperato un mattone da ciascuna abitazione: con questo materiale, nella propria dimora, ha costruito una sorta di arco della memoria, e a ciascun laterizio ha dato un nome; un mattone è dedicato al ricordo di Gino Calza; poi - tra nomi veri e “scumagne” - ci sono Cecu il “magher” e sua moglie Margherita; quindi Carlotta Bigatti; Rusalia col figlio Machìn; Gino “el postin”; Pepu “el biulcon” (che faceva il fattore), Bigin Ghiglietti; e ancora, Cecu “el cremasch”; il Maistro; Mario Sussi, Primo “el Bulzon”; “el sartu pica verza”; e quindi Mario Locatelli, l’ultimo dei malghesi; per finire a “el Marin” e a Nina “Cafetera”, zia del Vigilon Sandro Pizzamiglio.

IL “GIGANTE” DELL’ATM
Rinunciato al bestiame, Marco Rancati ha rinsaldato i legami con la campagna: essendo appassionato di meccanica e di locomotori, ha acquistato un tram che l’Atm di Milano aveva mandato a Secugnago per la demolizione e l’ha parcheggiato a ridosso della via Emilia: funge da ufficio, da luogo di pausa dopo le fatiche di una giornata trascorsa in campagna; quel tram è divenuto il simbolo del paese, tanto che la squadra di calcio locale del Secugnago lo utilizza come proprio simbolo.
Su quest’avamposto Marco Rancati lo si trova alle ore più insolite: egli ama le stelle, come le albe ed i tramonti. Cerca di assaporare e recuperare le cose più autentiche e semplici dell’esistenza. Ripensa alle lezioni di stile che ha ricevuto, ed inorgoglisce ricordando quanto il sergente maggiore Rancati Marco abbia avuto da imparare dal maggiore Vittorio Badalone. Non perde nulla di ciò che ha ricevuto. Non lascia mai andare via un amico senza un fiore, una zucca, un pugno di riso, un girasole. E, non avesse nulla in quel momento, un sorriso. Di quelli che riscaldano il cuore, pur dentro una notte lodigiana nebbiosa, densa di gelo.

Eugenio Lombardo

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