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S. Caterina di Svezia
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CASCINE
I quieti silenzi della Cremosazza
8 dicembre 2013

Sto gustando il silenzio alla cascina Cremosazza, lasciata Lodi alle spalle, addentrandosi verso il cuore di Boffalora d’Adda. Qui, già agli inizi del Cinquecento, sorgeva un antichissimo luogo di culto, demolito nei primi anni del diciassettesimo secolo.
La prima neve della stagione plana sui coppi dei caseggiati e sull’aia stende, nel turbinio dei fiocchi, il proprio candido manto. Sto con le mani dentro le tasche del giaccone. Non c’è fretta di dare avvio ai convenevoli. Voglio assaporare il silenzio sino alla sua ultima tacita proposta. Osservo il signor Francesco Biasini, agricoltore di laborioso operare, affaccendarsi nel lavoro. Ci siamo salutati con un gesto d’intesa: per le chiacchiere c’è tempo.

Nell’ottocento
Durante il secolo Ottocento, la corte Cremosazza apparteneva ad un agricoltore di Pandino: si chiamava Francesco Staffini; avendo da curare i propri affari alla cascina Gandine nel suo paese, aveva preferito concedere in affitto questa realtà agricola di Boffalora d’Adda. Successivamente la cascina fu acquistata dal dottor Pietro Salvalaglio, medico e veterinario, professionalmente un luminare, persona riservatissima, ma che riguardo al proprio bene aveva sempre qualcosa da dire ai propri affittuari: ci teneva che le cose andassero in un certo modo e, pur non essendosi mai occupato direttamente d’agricoltura, verificava che quanto concordato fosse eseguito alla lettera.
Alla Cremosazza, dunque, la famiglia Biasini fu affittuaria prima dell’uno e poi dell’altro, oltre a condurre anche la cascina Casotto, posta quasi dirimpetto, dove invece la proprietà era originaria di Milano ed aveva frazionato tale possessione in più parti. In questa circostanza i Biasini, quando gli altri affittuari limitrofi decidevano di ritirarsi, avevano fatto una lunga acquisizione delle varie porzioni di terra, sino a rilevare la complessiva realtà.

Un uomo silenzioso
I Biasini sono di Spino d’Adda, con possibili avi piacentini, di cui si è persa memoria. Il capostipite si chiamava Giovanni, e di lui non si sono mantenute notizie. Egli aveva cinque figli: Arsenio, Giuseppe, Maria, Silene (nome di origine greca che significa luna, o luminosa) e infine Giuseppina, morta quando le mancavano sei mesi per compiere i cent’anni.
I due ragazzi proseguirono l’impegno agricolo: Arsenio, nato sul finire dell’Ottocento, era un tipo taciturno e riservato; s’era sposato e rimasto vedovo quasi subito; ne aveva sofferto, ma era riuscito a farsene una ragione: aveva deciso di vivere rispettando il ricordo della consorte. Ciò lo aveva spinto a mettere il lavoro quale unica ragione della sua vita: conosceva il fatto proprio ed aveva accettato di fare da guida ai nipoti, i figli del fratello Giuseppe; però era fatto a suo modo: le consegne le spiegava una sola volta, e non intendeva ripeterle; se si faceva bene o male, i ragazzi lo capivano dai suoi occhi: se restavano impenetrabili significava che il lavoro era stato eseguito alla perfezione, se fiammeggiavano era meglio che i nipoti si andassero a nascondere sotto ad un carro.
Essendo più vecchio del fratello, aveva avocato a sé alcune funzioni: e, pur essendo un taciturno, non si era sottratto all’onere di assumere su di sè la responsabilità di andare al mercato cittadino di Lodi, antichissima tradizione fra gli agricoltori. Mancava l’intera mattinata ed era un mistero come un uomo talmente silenzioso nell’ambiente del mercato trovasse tutte queste ragioni per intrattenersi.

Un vero affabulatore
Suo fratello Giuseppe, invece, era di una pasta diversa. Un vero affabulatore, un conversatore d’eccellenza, uno che amava narrare i fatti e gli antefatti. Aveva alcune tradizioni a cui teneva tantissimo. La domenica, per esempio, era per lui un giorno caratterizzato da precisi riti: intanto, si recava dal barbiere; poi andava a Messa; ed infine passava da una gastronomia dove si faceva confezionare sempre gli stessi tre pacchetti: prosciutto cotto, quello crudo, e pancetta, di cui andava ghiottissimo.
Giuseppe Biasini aveva sposato Ester Mascheroni, originaria del bergamasco, figlia di malghesi. S’erano conosciuti, perché lui era amico del futuro cognato: a quel tempo i matrimoni venivano in un certo qual modo ispirati, e così i due giovani convolarono a nozze. Era il 1945.
Dall’unione nacquero Giovanni, Francesco, testimone di questa storia, Pietro e Cesarina.
Pietro è morto lo scorso anno, lasciando nella famiglia - e non è frase di circostanza - un vuoto vertiginoso. La sua diversità - era nato con la sindrome di down - l’aveva reso speciale: buono, affettuoso, sensibilissimo, sin da ragazzino era cresciuto come la mascotte di casa e, divenuto adulto, aveva mantenuto questo suo ruolo: aveva la capacità di mettete tutti di buon umore.

Fratelli in campo
Giovanni e Francesco proseguirono, come da tradizione, l’impegno agricolo. Francesco Biasini aveva studiato e conseguito il diploma di geometra: era stato contattato anche da alcune prestigiose ditte che intendevano avvalersi della sua professionalità, ma aveva ascoltato le ragioni del cuore, ed era rimasto in cascina, anche perché quelli erano gli anni in cui la manodopera scarseggiava e gli agricoltori, oltre a saper gestire gli affari, dovevano anche sapersi rimboccare le maniche. E lui aveva imparato tanto sia dal padre che dallo zio Arsenio.
Nel 1975 Francesco Biasini ha sposato la toscana Maria Grazia Vannucci, originaria di Massa Carrara: il padre di lei era disegnatore progettista e pare fosse bravissimo; lui s’era sempre schermito dicendo che buon sangue non poteva mentire, alludendo ad una sua lontana, ma reale parentela nientepopodimeno che con il Pinturicchio!
La signora Maria Grazia ha saputo dividere il proprio cuore tra la nostalgia del mare e gli orizzonti della pianura, riuscendovi in pieno. I suoceri l’aiutarono a comprendere riti, usi, costumi, tradizioni, e soprattutto mentalità, della civiltà rurale e contadina. Oggi anche lei si lascia pervadere dalla meravigliosa possenza di certi silenzi della natura.

Padroni di casa
Nel 1978 Francesco Biasini acquistò buona parte dei terreni annessi alla cascina Cremosazza e undici anni dopo gli interi caseggiati, finalmente persuadendo il dottore Salvalaglio a vendere anche questa importantissima parte della possessione, impreziosita da un Oratorio costruito nel 1722 dal proprietario del tempo, Bartolomeo Morandi.
Era un giusto epilogo. Francesco Biasini ha speso l’intera sua esistenza nell’impegno agricolo. Oggi in azienda ha mantenuto le bovine per la produzione delle carni, perché è comunque legato al bestiame e perché, per la terra aspra e ghiaiosa di queste zone, il letame è garanzia di fertilità.
I coniugi Biasini hanno due figli: Andrea, laureato in Economia e Legislazione dell’impresa, che oggi lavora per una ditta farmaceutica tedesca, e Cristina, che ha conseguito il diploma pisco socio pedagogico, insegna nella scuola d’infanzia e, sopratutto, è stata per anni la mitica colonna del Fanfulla Basket, e sino alla scorsa stagione ha disputato il campionato di Serie A2 con la maglia del Crema.
Entrambi i ragazzi sono legatissimi alla cascina, tanto che Cristina, sposatasi, ha scelto di vivervi. Lo stesso Andrea, quando può, presta una mano al padre. Anni fa la sua presenza è stata anzi determinante: al signor Francesco era occorso un orribile infortunio, un macchinario gli aveva risucchiato l’avambraccio, e la sua fortuna era stata quella di non svenire nè di lasciarsi prendere dal panico, perché altrimenti le conseguenze si sarebbero rivelate fatali. Fu costretto ad un lunghissimo ricovero, e Andrea gli fece da supplente, riuscendovi in modo egregio: s’alzava che non era ancora l’alba per andare in stalla, poi si recava in università, quindi andava in ospedale a trovare il padre, tornava in azienda, e finchè non aveva sistemato tutte le incombenze non metteva piede in casa.

La ruota del mulino
Il signor Francesco Biasini ha gli occhi azzurrissimi, che guardano oltre ai fatti spiccioli: mentre fa una cosa, ne sta già pensando una successiva. Adesso s’è ingegnato nella costruzione di una ruota di mulino, sistema i mezzi meccanici, cura i dettagli di ogni situazione. Il lavoro è la sua prima regola. Ma pare che quegli occhi, così intenti a riflettere sulle cose che restano ancora da fare, talvolta abbiano luccicato d’emozione. Come quando gli capita di ricordare gli affetti che non ci sono più, il fratello Pietro in particolare. Oppure quando guarda alle soddisfazioni che gli hanno dato i figli. Allora, ripensa all’unione con la sua Maria Grazia e gli occhi gli scintillano di una gioia intima e profonda.

Eugenio Lombardo

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