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S. Francesco di Sales
IL GIORNALE IN EDICOLA
CASCINE
27 ottobre 2013

Sono certo che, dentro un faldone dell’Archivio diocesano, vi sarà l’atto di donazione della cascina Olza di Zorlesco al Vescovado di Lodi. Alla fine del Seicento la corte era proprietà della famiglia Vistarini. Furono i fratelli Scipione e Carlo Francesco, religioso dell’Ordine del Regno di Gerusalemme, a vendere nel 1644 il podere a tale Gerolamo Muzzano. Sette anni dopo la possessione passava al nobile Donato Silva. Fu lui nel 1656 a fare edificare qui un oratorio, non solo quale luogo di preghiera, ma pure di sepoltura per tutti i suoi famigliari.

Il possidente e il nipotino
A fine Ottocento il signor Carlo Magnaghi, originario di Magherno, nel Pavese, acquistò in occasione di un’asta indetta dal Vescovado lodigiano un’ampia porzione della cascina, sino a quel tempo unica e poi divisa in due.
Il signor Magnaghi era un possidente: a Magherno risultava proprietario di una cascina, ma avendo due figli, in prospettiva, aveva pensato bene di assicurarsi la corte dell’Olza. Qui infatti venne uno dei suoi due ragazzi, Luigi, nativo del 1867. La sua figura è, nei pochi che ancora oggi gli sopravvivono, ovviamente quasi centenari, rimasta leggendaria. Era infatti un uomo di grandissima generosità, totalmente disponibile verso chiunque avesse bisogno. Alcuni suoi contadini, ad esempio, ebbero la sventura di trovarsi al fronte nella terribile campagna di Russia: il signor Luigi, già anziano, fece in tutti i modi per essere loro vicino, spedendo pacchi in cui riponeva ogni sorta di bene.
Nel 1941 gli nacque un nipotino maschio: fu chiamato come lui, Luigi, ed è oggi il testimone delle vicende della famiglia Magnaghi. L’omonimo nonno per quel pargoletto stravedeva e volle fargli un regalo: prese un ampio appezzamento di terra e lo piantumò interamente a bosco; tre anni dopo pioppi, querce e faggi svettavano. Ma si era nel periodo cruento della guerra, molti suoi contadini erano stati arruolati, le loro famiglie ridotte in miseria, la gente necessitava di legna per scaldarsi: Luigi senior diede la possibilità di prelevare i rami, poi i fusti e, alla fine, di quello che era un bosco meraviglioso non rimase un solo albero. Egli era come un filantropo: al fine di rendere più agevole la vita dei salariati, che magari giungevano a piedi dai paesi vicini, s’era lungamente attivato affinché Zorlesco avesse un proprio casello ferroviario, scrivendo al Ministero, garantendo che avrebbe provveduto lui direttamente a tutte le pratiche amministrative, ma le promesse ottenute da Roma alla fine si dissolsero in un nulla di fatto.
Luigi senior aveva due passioni: le carte e i cavalli; avendo in cascina una carrozza, un calesse e un landò ci teneva ad avere destrieri di rilievo: tra questi, il suo preferito era Durando, un purosangue eccezionale.

Quattro figlioli
Luigi Magnaghi senior aveva sposato Lina Gelmini, figlia d’agricoltori, che all’epoca conducevano la vicina cascina Scala. La coppia ebbe quattro figli: Antonio, Eugenio, Gina e Lina.
Il secondogenito aveva intrapreso l’attività di commerciante di formaggio, prodotti a Napoli e venduti in tutto il Meridione: il caseificio era del cognato, il marito della sorella Gina. Ad Eugenio quest’attività piaceva, ma un infarto improvviso, quando aveva appena compiuto i cinquant’anni, lo uccise sul colpo.
Antonio Magnaghi fu, pertanto, colui che proseguì l’impegno agricolo. I contadini dovettero presto abituarsi ad una conduzione diversa: perché, per quanto buono d’animo come il genitore, il signor Antonio aveva un carattere differente. Il padre, ad esempio, non rinunciava mai all’appuntamento settimanale in paese per una partitella di carte con gli amici; Antonio, invece, detestava il gioco; egli era un uomo schivo, essenzialmente un taciturno. Avendo studiato ragioneria, appariva estremamente meticoloso nei conti. La sua unica distrazione era il pranzo settimanale, ogni lunedì, alla trattoria Barracuda di Casalpusterlengo, insieme agli inseparabili amici Alfredo Castellotti di Lodi e l’ingegnere Grecchi di Orio Litta.

Una coppia unita
Il signor Antonio Magnaghi aveva sposato Rosa Bellinzoni, originaria di Pezzolo, e figlia di agricoltori. Lei era rimasta orfana in età giovanissima: suo padre era stato ucciso durante il corso di una rapina. La madre, allora, s’era risposata. Quando Rosa venne ad abitare alla cascina Olza chiese al marito di portare con sè la mamma ed il patrigno, che assunse l’incarico di capostalla.
I coniugi Magnaghi costituivano una coppia unita: lei faceva la casalinga, coadiuvata da “Giuvannina”, una contadina dai capelli rossi, analfabeta, e dal “basulon”, che sovraintendeva all’organizzazione domestica. La signora Rosa curava gli animali da corte, galline, anatre, faraone. Non s’intrometteva mai negli affari del marito. L’azienda agricola in quegli anni era autosufficiente: lo stesso latte veniva lavorato in cascina, si producevano quattro forme di grana padano al giorno, burro, provoloni, e per questo era stato fatto venire un casaro da Reggio Emilia; ma dal 1951 il latte fu conferito alla ditta Polenghi.
Nel frattempo, andato in disuso il rito del pranzo con gli amici, il signor Antonio Magnaghi si scoprì appassionato di cinema, e ogni domenica pomeriggio, in compagnia della moglie, andava al cinematografo di Piacenza.

Un predestinato
Antonio e Rosa Magnaghi ebbero tre figli: Rachele, Giovanna, e Luigi, il nostro testimone. La prima sposò Cesare Dall’Oro, impiegato di banca; anche la seconda convolò a nozze con un bancario, rappresentante all’estero del proprio istituto, e per anni visse a Parigi. Predestinato all’agricoltura era quindi l’unico maschio di casa, ma il signor Antonio, visti i successi scolastici del figlio, un giorno gli fece un discorsetto: poichè in casa Magnaghi non vi erano laureati, lui desiderava che il ragazzo proseguisse negli studi, e divenisse magistrato. Luigi accettò e si laureò: nell’attesa che fossero banditi i concorsi per la magistratura, si avviò alla pratica forense, ricavandone sentimenti di profonda delusione. Comunicò così al padre che avrebbe preferito lasciare pandette e codici e tornare ad impegnarsi esclusivamente nell’azienda agricola di famiglia. Il genitore ne fu contentissimo.
Era il periodo delle grandi novità per il dottor Luigi Magnaghi: l’anno prima, infatti, aveva sposato la lodigiana Anna Corrada, con la quale aveva avuto un fidanzamento decennale. A quel tempo lei era impiegata alle Officine Adda: in casa Magnaghi era il primo matrimonio che, dopo generazioni, non avveniva tra due rami agricoli. I due si erano conosciuti nel locale Malaraggia di Lodi, sul passeggio, che fungeva da dancing, cinema e ristorante.
La signora ha sempre seguito con distacco le vicende agricole, preoccupandosi soltanto quando nel novembre 1991 il marito decise di chiudere la stalla: sapendo quanto lui tenesse al lavoro non voleva che s’impigrisse o si prendesse di malinconia. In realtà lui era più interessato ai campi. Oggi il dottor Luigi è collaborato dai contoterzisti, ma non gli è venuto meno l’estro di ingegnarsi per trovare le coltivazioni migliori. Dice che l’azienda agricola è il suo rifugio, quello che al mattino gli dà uno stimolo importante per affrontare la giornata.

Una bella casa
Insieme percorriamo alcuni angoli della bella casa padronale: lungo il portico alcuni oggetti di vita contadina e sulla facciata un dipinto che raffigura la Madonna del latte, con Maria che allatta il proprio Bambino. Il dipinto è stato ristrutturato una ventina d’anni fa: mi sembra di riconoscerne la mano di messere Giacomo Bassi, ne sono certo.
Anche sulla stalla vi era un altro dipinto, emblema dei Magnaghi a quella che un tempo fu la loro fede politica: una bandiera con il simbolo fascista, e con sotto il motto Ora e sempre e la data di quando Mussolini aveva ottenuto la nomina di Capo del Governo; una grandinata ha distrutto quell’effigie, che non è più stata ripristinata.
La corte è lambita oggi dalla prima nebbia d’autunno e i campi cominciano a rilucere di brina. Ma le storie e gli aneddoti raccontati dal dottore Magnaghi ridanno colore ad ogni ambiente. È un uomo con il quale viene facile condividere l’amicizia: il nonno doveva essere tale e quale! C’è una stanza con tutte le immagini degli antenati. Una donna, nel ritratto austero, sembra scrutarci con persistente severità. Davvero, in un incontro così piacevole, non ve ne sarebbe motivo alcuno.

Eugenio Lombardo

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