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S. Vincenzo di Lérins
IL GIORNALE IN EDICOLA
CASCINE
La stirpe dei boscaioli piacentini
20 ottobre 2013

Quando si dice il destino! Il vecchio patriarca dei Mazzocchi, ai primi dell’Ottocento, manifestava molte perplessità nel lasciare i colli piacentini per trasferirsi nella Bassa Lodigiana. Però aveva sentito dire che da quelle parti i contadini, sgobbando duro, la famiglia riuscivano a mantenerla, e così s’era persuaso ad andare. All’altezza di San Fiorano la moglie del patriarca Mazzocchi fu presa da doglie improvvise e inaspettate: il loro bambino nacque lì, per strada, sul carretto trainato dal mulo. Al vecchio Mazzocchi tale evento apparve come significativo: quel parto improvviso gli dava il senso non solo di una nascita, ma di una rinascita. Il Lodigiano sarebbe stata la loro terra in modo definitivo.

BOSCAIOLI
I Mazzocchi erano boscaioli. Gente ruvida, avvezza alla fatica. Quel pargoletto venuto al mondo sul carretto crebbe con lo stesso stampo del padre: gran lavoratore, e al tempo stesso forte, possente e originale: portava infatti l’orecchino, moda impensabile per quel tempo. Inoltre era un uomo che amava le sfide. Si racconta che un tale volle un giorno provocarlo, sollecitandolo ad una prova di forza: Battista era boscaiolo dalle spalle quadrate e dalla presa d’acciaio, alto più di due metri, ma questo suo conoscente s’era vantato di essere più forte di lui. Finirono dunque per sfidarsi: Battista doveva trasportare un tronco d’albero di quattro quintali e propose a quel tale che l’avrebbero trasportato insieme, uno da una parte e uno dall’altra, ma il primo che cedeva sarebbe stato costretto a riconoscere la forza dell’altro. Il tragitto era anche impegnativo, perché occorreva portare quel tronco dalla frazione Pantigliate di Livraga, dove i Mazzocchi avevano la propria cascina, a Borghetto Lodigiano. S’incamminarono, sollevando un peso che piegava ad entrambi le braccia. Dopo venti passi, lo sfidante chiese una pausa. Se ti fermi, gli ringhiò Battista, hai perso. Ed il tale ammise la sconfitta.

PEPU E MARIETTA
Battista ebbe sempre una salute di ferro e visse sino all’età di 97 anni. Suo figlio si chiamava Giuseppe, era nato nel 1846, anche lui fu longevo, morendo ad 88 anni; da tutti era conosciuto come “papa Pepu”. Fu lui a segnare un nuovo percorso ai Mazzocchi che sino a quel momento erano stati solo boscaioli. Papa Pepu, infatti, cominciò a lavorare la terra e prese pure un paio di bovine da latte. Sua, nel 1908, fu anche l’intuizione di costruire la casa padronale. Egli aveva sposato Maria Andronio detta “mamma Marietta”, originaria di Camporinaldo, nei pressi di Miradolo Terme. Papa Pepu e mamma Marietta ebbero 17 figli, ma quasi tutti morirono in fasce. I figli viventi rimasero solo quattro. Uno di loro, Celeste, partecipò, già grande, alla Seconda guerra mondiale, e fu di una sfortuna assolutamente bieca: al fronte era riuscito a salvare la pelle, e il giorno dell’armistizio era così contento di tornare a casa che saltava, ballava e cantava da solo. Si sentiva talmente euforico che prendeva a pedate qualunque cosa gli capitasse sotto tiro, compreso un masso che, sotto, nascondeva una mina: saltò per aria, morendo sul colpo.

FRATELLI DIVERSI
All’impegno agricolo si dedicarono Pietro ed Ernesto. I due giovani di casa Mazzocchi apparivano tra loro molto diversi. Entrambi erano validissimi agricoltori, ma Pietro desiderava dedicarsi esclusivamente ad un’incombenza: l’orto. Qualunque altra cosa non gli interessava. Suo fratello Ernesto, che era nato nel 1899, era un uomo di buona indole e, a differenza di Pietro, svolgeva con entusiasmo e naturalezza qualsiasi incombenza. Anche lui, però, aveva le sue fissazioni. Due in particolare. Voleva che le sue bovine fossero sempre pulite e la stalla infatti era di uno splendore unico. Poi, quando andava alla mungitura, notte o pomeriggio che fosse, cantava a squarciagola una canzone, sempre la stessa: Quel mazzolin di fiori. Non c’erano altri motivi o ritornelli che gli entrassero in testa. Fu lui ad aumentare il numero dei capi, portando le bovine a ventidue. Il latte veniva conferito al caseificio Tenca della vicina frazione di San Lazzaro, ma dal 1970 fu dato alla ditta Galbani.Ernesto Mazzocchi aveva fatto quello che, allorquando si verificano forti contrasti in famiglia, veniva definito comunemente un romantico matrimonio d’amore: aveva condotto all’altare Giuseppina Mazzucchi, originaria di Cà dei Mazzi; lei, in qualità di domestica, frequentava sin da ragazzina la casa del suo futuro congiunto. Considerate la diversità di rango sociale, i famigliari di Ernesto erano molto perplessi: ma lui, divenuto maggiorenne, non volle sentire ragioni e sposò Giuseppina. Si sposarono nella chiesa di Pantigliate. Lei s’impratichì subito delle cose d’agricoltura e, nel volgere di un niente, divenne la marescialla della cascina.

UN ERRORE MADORNALE
A distanza di un paio d’anni dal matrimonio, un cognato di Ernesto, convinse i coniugi Mazzocchi a condurre concordemente una azienda agricola nel Pavese. Ernesto non era convinto, e la moglie ancora meno: ma questo cognato era un trascinatore e finì per persuaderli. A Pantigliate rimase il solo Pietro Mazzocchi. Errore non poteva rivelarsi più fatale: i due cognati non andavano d’accordo su nulla e l’azienda finì a ramengo. Ernesto e la moglie se ne tornarono a gambe levate a Pantigliate; Pietro ne fu felicissimo perché ciò gli consentiva di tornare a dedicarsi a tempo pieno all’orto, mentre Ernesto ripartì quasi da zero, con solo un paio di bovine in stalla; per fortuna ritrovò i suoi tre cavalli: Baldo, Baia e Rovana. Era usanza dei fratelli Mazzocchi andare a messa a Livraga, in compagnia delle loro signore, a bordo di un’elegante carrozza, trainata appunto da questi loro cavalli. I coniugi Mazzocchi ebbero due figli: Battista, nato nel 1931, e Giuseppe, classe 1946, testimone dell’odierna storia. Entrambi hanno proseguito le orme paterne.

SULLE ORME PATERNE
Giuseppe aveva frequentato le scuole, iscrivendosi al primo anno degli studi commerciali a Sant’Angelo Lodigiano. Tuttavia capiva che sui banchi avrebbe perso tempo: i libri non gl’interessavano. Il genitore lo mandò a bottega da un macellaio: ma a Giuseppe gli animali piacevano vivi e non appesi ad un gancio. Giunto all’età di 14 anni, il padre se lo prese in azienda agricola, facendolo affiancare dal fratello maggiore. Nel 1970 Giuseppe fece l’incontro della sua vita: a Pantigliate, per trovare dei parenti emigrati dal Sud, era salita una ragazza di Matera, Benedetta Giorgilongo. Tra i due fu amore a prima vista e, quasi come un destino in casa Mazzocchi, il fidanzamento fu contestatissimo per motivi di campanile: i parenti del Nord non volevano che Giuseppe s’imparentasse con una “terrona”, e quelli di giù strepitavano che il matrimonio con un continentale non avrebbe portato nulla di buono. Ma Giuseppe e Benedetta andarono tranquillamente per la loro strada.Dal matrimonio nacquero cinque figli: Ernestina, Vito Josè, Mario, Daniele, Giulia Josè Maria. Solo Mario ha proseguito l’impegno agricolo. Egli ha rivelato, sin da bambino, la passione del predestinato: s’inventava terribili mal di pancia, pur di bigiare la scuola, e a metà mattinata era già in stalla ad aiutare il padre e lo zio; dal primo ha imparato la serenità nell’affrontare il lavoro e la capacità di sapersi relazionare con il prossimo, mentre dal secondo il puntiglio in ogni azione intrapresa.

MARGARET E LE ALTRE
Dopo la prima superiore del corso d’agraria, Mario ha mollato gli studi per dedicarsi totalmente alla cascina, preoccupato dall’ipotesi che padre e zio volessero privarsi della stalla: egli, infatti, ha una relazione straordinaria con le proprie bovine, di cui conosce a memoria la genealogia; le bestie contraccambiano la sua dedizione: lo riconoscono dal timbro di voce, e durante le fasi di mungitura sono con lui molto mansuete. Oggi tra stalla e allevamento le bovine sono un centinaio; fra esse, ve n’è una di lunga militanza: si tratta di Margaret, che ha 14 anni, e produce ancora latte. Nella sua vita ha fatto tredici parti, con quattro gemelli. Gradualmente Mario Mazzocchi ha accresciuto le proprie competenze: dal 2003 ha adottato le tecniche di fecondazione artificiale, pur mantenendo la presenza di un toro per quella naturale. Da un paio d’anni, è stato avviato un processo di ammodernamento delle strutture: con l’aiuto del fratello Vito Josè, geometra, Mario ha realizzato una nuova sala di mungitura, e sistemato il portico attrezzato a fienile. Nell’attuale momento di crisi, dove l’agricoltura resiste ma risente inevitabilmente del generale stato depressivo dell’economia mondiale, avere il coraggio di compiere investimenti costituisce un gesto di assoluta audacia. Ma, memore della lezione di nonno Ernesto, Mario Mazzocchi ha voluto che le proprie bovine stessero bene nella sua cascina: Margaret, e tutte le altre.

Eugenio Lombardo

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