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PRIMOPIANO
Sara Matarazzo
L’avvocato che aiuta i bimbi colombiani a trovare una casa
12 dicembre 2016

Quando risponde al telefono si è appena svegliata: in Colombia è mattina presto e Sara Matarazzo, ventisettenne lodigiana, si sta alzando per andare a lavorare.

«In realtà il mio non è un lavoro, è l’impiego più bello del mondo: in Colombia ci sono novemila bambini che hanno bisogno di una famiglia, il mio impegno è quello di aiutarli a trovarla» racconta.

Sara, infatti, è rappresentante legale di una Ong statunitense in Colombia, dove si occupa di adozioni internazionali. «Faccio anche altri lavori - spiega -. In Italia ho studiato giurisprudenza, qui ho fatto una specializzazione in diritto di famiglia, e sono avvocato di famiglia. Ho lavorato alla Corte Costituzionale colombiana, e faccio anche delle traduzioni certificate per il Ministero. Se penso ai miei compagni di università, che si sono laureati con me e sono rimasti in Italia, la maggior parte di loro stanno finendo il praticantato e non hanno ancora superato l’esame di iscrizione all’albo degli avvocati».

La scelta di Sara Matarazzo, tuttavia, non è stata facile: «Sono venuta in Colombia per la mia storia personale, perché sono nata qui e sono stata adottata dalla mia famiglia italiana. Quando sono tornata a Bogotà, non sapevo la lingua, ho lavorato come cameriera, sono partita dallo strato sociale più basso. Con il tempo e con la fatica, in tre anni, ho ottenuto determinate soddisfazioni, ho fatto delle esperienze importanti che mi hanno arricchito e ne è valsa la pena».

È come se Sara fosse tornata in Colombia per saldare un debito con il proprio passato, un debito di gratitudine nei confronti della sua famiglia lodigiana, e la volontà di aiutare altri bambini a trovare la stessa fortuna. Ma l’idea che ha nel cuore è quella di tornare prima o poi in Italia.

«Se penso al mio futuro, io mi sento italiana. Non posso immaginare di crescere dei figli in Colombia, dove la sanità è terribile, la sicurezza non esiste, ci sono i guerriglieri per strada e ti accoltellano per un cellulare – spiega, con amarezza -. Io so che, con il mio lavoro, qui sono in una condizione privilegiata rispetto alla media delle persone, che non stanno affatto bene: lo stipendio medio, qui, è l’equivalente di duecento euro. Quando vengo in vacanza in Italia e ceno al ristorante, e calcolo la cifra in pesos, mi sembra una cifra impressionante».

Anche il ritorno in Italia, quindi, è più difficile del previsto: «Non nascondo che qui mi sono guadagnata una certa posizione e un minimo di tranquillità economica: se tornassi dovrei ridurmi ad accettare un lavoro sottopagato o precario? Anche se voglio tornare, lo farò solo a condizione di trovare un impiego che mi dia soddisfazioni come quello che sto facendo qui».

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