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“Alien”: Ridley Scott alle origini horror della saga
12 maggio 2017

Michelangelo, Wagner, Lord Byron e John Denver. E Alien, naturalmente. Ridley Scott riallaccia i fili del mito (suo) e riparte là dove era arrivato con Prometheus. Siamo insomma al sequel del prequel e non è un brutto gioco di parole, ma la definizione necessaria per la collocazione “temporale” di questo Alien: Covenant che segue i fatti del film uscito nel 2012 e con lui va alle origini della saga iniziata nel 1979. Aggiungendo qualcosa e replicando parecchio. Il film - che è stato anticipato addirittura da un paio di “corti” disponibili in Rete che servono in qualche modo a introdurre la storia - si apre con un prologo (lungo e un po’ noiosetto in verità) che ritarda l’arrivo al cuore della vicenda e rinvia le atmosfere dark e splatter che troveremo più avanti. Scott di lì a poco infatti schiaccerà forte il piede sul “genere”, tornando alle origini horror («Nello spazio nessuno può sentirti urlare», come recitava la locandina del ’79) e lasciando da parte la filosofia e le riflessioni sulla creazione con cui, nel frattempo, si era aperto.

«Take me home country roads», ma gli astronauti della Covenant non sognano un ritorno a casa (almeno, non ancora) bensì anelano a un pianeta da colonizzare e su cui ricominciare. Le domande esistenziali, «da dove veniamo?», sono invece frutto delle menti sintetiche e se le pone l’automa David che cita il mito dell’eroe di Byron e presto ruberà la scena a tutti quanti. Quando l’azione si trasferirà sul pianeta che gli umani sono convinti di poter abitare e quando sarà riallacciato il filo interrotto da Prometheus.

Più oscuro e profondo del suo predecessore, figlio abbastanza indipendente del progenitore, Alien Covenant prende lentamente quota quando sposta l’attenzione sulle “macchine” e fa piccoli passi in direzione della storia maestra, per regalare elementi in più sull’origine del mostro e garantire quindi la sopravvivenza della saga. Ridley Scott ci mette mestiere e qualche buona intuizione anche se tutto rischia di apparire inevitabilmente già visto, arrivati all’ennesima puntata (e qui si dovrebbe aprire il capitolo a parte sulla serialità esasperata, per dire qualche parola in più sulla legittimità di film che “inevitabilmente” diventano saghe, e indagare il confine su dove finisce il necessario da raccontare e dove inizia la mancanza di idee degli autori).

In mezzo intanto c’è il campionario completo del “genere”, anche se le svolte “a sorpresa” sorprendono poco e abbondano le sequenze che ormai rischiano d’essere semplici ripetizioni. A tenere la scena quasi da solo e a fare da spalla al mostro è invece Michael Fassbender impegnato addirittura in un doppio ruolo, che cita l’Osimandia di Shelley e regala inquietudine alla storia mentre ascolta Wagner e L’ingresso degli Dei nel Walhalla: senza rivelare troppo per una volta non è Alien il vero protagonista di Alien e non tocca a lui fare più paura, nonostante i litri di sangue versati.

Lucio D’Auria

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Un commento.
alex 15 maggio 2017 09:21
recensione condivisibilissima purtroppo.addio xenomorpho..resti relegato negli incubi notturni di fine anni 70.