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La commedia si trasforma in “questione di karma”
10 marzo 2017

Giacomo è un uomo capace di cogliere la bellezza nei piccoli dettagli. È ricco e triste, ha ereditato dal padre l’azienda di famiglia ma soprattutto il vuoto che questo gli ha lasciato togliendosi la vita un giorno quando lui era ancora un bambino. Così è cresciuto tra i libri di filosofia dello studio paterno e uno scarsissimo interesse per il denaro e per le cose materiali…

È una commedia insolita sin dalle primissime battute Questione di Karma di Edoardo Falcone che con la voce fuori campo di Giacomo-Fabio De Luigi e una fotografia che ricrea l’atmosfera dei tempi parte da lontano per arrivare all’oggi, a raccontare quel che vuol raccontare. Di Giacomo, appunto, tormentato alla ricerca di una figura paterna che si convince di aver trovato in uno squattrinato coetaneo, Mario Pitagora (Elio Germano), che del genitore sarebbe addirittura la reincarnazione. Ecco il karma del titolo ed ecco anche Cat Stevens e le note di Father and son ad accompagnare l’incontro tra i due che dovrebbe dare vita a una commedia di coppia, una sorta di buddy buddy che vorrebbe evolvere in altro. Da una parte il riflessivo Giacomo, dall’altra l’irresponsabile Mario, truffatore cialtrone con gli esattori sempre alle calcagna, che capisce presto di poter sfruttare l’occasione a suo favore.

Scritto dallo stesso regista in coppia con Marco Martani Questione di karma cerca insomma una strada personale, lontana dalla commedia caciarona e dai modelli tradotti pari pari dai format televisivi che non assicurano nemmeno più il risultato al botteghino. E questa ricerca passa da un’ironia più sottile e da una certa cura dei particolari che dovrebbero essere importanti per alzare l’asticella sopra la media. Ad esempio nella scelta degli in terpreti e di figure di “contorno” come quella del patrigno Eros Pagni o con un lavoro nella caratterizzazione dei personaggi (che si vede in particolare in Germano).

Ma se si avverte questo tentativo di realizzare qualcosa di differente rispetto alla commedia che imperversa sempre uguale a se stessa nel recente cinema italiano (con poche, pochissime eccezioni) resta una costruzione esile esile a frenare il film, impedendogli di realizzarsi secondo le sue intenzioni. Lodevole è ad esempio è l’assenza totale di volgarità per catturare la risata (e già questa è una boccata d’aria pura) ma viceversa il tratto agrodolce scelto (che a tratti rischia di diventare addirittura malinconico) richiedeva d’essere sostenuto fino alla fine con maggiore coraggio e con scelte di sceneggiatura e di regia altrettanto coraggiose. Avrebbero potuto e dovuto osare di più insomma Falcone e soci per alzarsi decisi sopra quella media: ok le note di Father and son e ok le letture di filosofia orientale, il cameo di Philippe Leroy e il comico colpo di scena finale che dà finalmente dignità al “cialtrone” Pitagora. Però è un po’ poco vista l’altezza a cui era stata posta l’asticella. Così alla fine ci si deve un po’ accontentare, al contrario di Giacomo che un insegnamento invece lo avrà ricevuto, imparando finalmente «a essere padre di se stesso».

Lucio D’Auria

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