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Ozpetek, il ritorno a casa e la valigia della memoria
3 marzo 2017

«Al tramonto all’improvviso arriva questo vento fresco… un vento strano, leggero, che non ho sentito mai da nessuna altra parte...». Vent’anni dopo Il bagno turco Ferzan Ozpetek torna a casa, a Istanbul, per guardare assieme ai suoi personaggi dentro il proprio passato.

Il regista, romano d’adozione, mette addirittura una data all’inizio del film come a ribadire che quelli ricostruiti sono eventi realmente accaduti. I personaggi poi riveleranno il resto, cioè quanto di autobiografico vi sia in questo film tratto (liberamente ispirato, con alcune variazioni) dal romanzo omonimo pubblicato dal regista nel 2013. I due protagonisti innanzitutto: lo scrittore Orhan Sahin che ha lasciato Istanbul, la sua terra, gli affetti, per trasferirsi a Londra e che torna in patria dopo 20 anni di assenza per aiutare Deniz Soysal, affermato regista che sta lavorando alla stesura di un libro. I cui personaggi saranno quegli stessi che vedremo entrare e uscire di scena nel film e che potrebbero però essere frutto dalla memoria dello stesso Ozpetek.

Una memoria che si compone pezzo dopo pezzo negli angoli delle case, tra i libri sugli scaffali, nelle fotografie: «Chi guarda al passato non vede il presente» fa ripetere ai suoi protagonisti il regista che, ormai è evidente, sta raccontando molto di sé in questo ritorno a casa. Un ritorno tra le braccia di una madre, una madre come è Istanbul, una madre come quella a cui il film è dedicato sui titoli di testa.

Ozpetek restituisce tutto il dolore di uno straniero in patria nel personaggio di Orhan, in questo che è forse il suo film più intimo e personale in assoluto. Rosso Istanbul è una storia fatta di primi piani, di sguardi, di piccoli e piccolissimi particolari. Che, per paradosso, quasi ignorano Istanbul, la città, che è inquadrata quasi di sfuggita, spesso dall’alto o dallo scorcio di una finestra, ma raccontata nell’intimo, riflessa nelle acque del Bosforo, portata da quel vento che si sente, leggero ma incessante. Rosso Istanbul già dal titolo è un film di colori, di stanze, di case che si svuotano per un trasloco ma devono conservare e “spostare” tutta la memoria che contengono. È un film di donne e, naturalmente, di tavole imbandite attorno a cui si svolgono gli eventi della vita. Ozpetek ci mette la sua cifra stilistica, che è ben riconoscibile, i suoi volti feticcio, messi al servizio di un racconto che questa volta abbandona il melò per trasformarsi quasi in “giallo”, anche se il mistero, l’intreccio è tutto interiore, poi addirittura metaforico. Una volta è una pendola a scandire il passare del tempo, un’altra è il rumore di un cantiere che sembra battere i minuti: intanto sullo schermo prendono forma i ricordi di Orhan che tornando a casa ha accettato il rischio di guardare nel proprio passato.

Rosso Istanbul non perde mai l’impianto letterario che gli dà origine, e questo è un limite che si avverte. Il doppiaggio sembra appesantire il flusso delle emozioni e, anche per questo, qualche volta viene a mancare l’empatia con il pubblico. Il testo scritto insomma non sempre si trasforma in immagini e questo è un freno al cinema di Ozpetek che pure “soffia” in questo film molto più potente che nei suoi ultimi. Il regista turco (romano?) accettando la sfida si è messo in gioco come poche altre volte e già per questo deve essere rispettato e apprezzato. Il resto lo fa il suo racconto sospeso, fatto di piccoli palpiti e di grandi attese, di brevi incontri di sguardi e di colori che si accendono all’improvviso. Proprio come un tramonto sul Bosforo.

Lucio D’Auria

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